Il linguaggio di Giuseppe Gallo (Rogliano, 1954; vive a Roma) sembra voler dimostrare che non c’è arte che non debba incessantemente attingere, per sentirsi viva, alle proprie radici. All’interno di un’identità storica che identifichi stili, maniere e tradizioni passate, sempre rivisitate attraverso una gestualità colta e complessa. Qui l’opera diventa luogo d’incontro per una continuità frammentata dagli interventi di uno sperimentalismo che non rinnega mai il proprio passato e che soprattutto non smette di celebrare la grandezza e l’universalità dell’arte italiana.
Nei quadri di Gallo è sempre espressa un’intenzionalità, dunque, che tuttavia non svilisce mai la poetica del sogno, una poetica carica di visioni e simbolismi, ma al contempo protesa verso un fare che ricerca nel profondo un legame con le proprie origini, con la propria storia. Una storia personale che lo vede, poco più che ventenne, alla fine degli anni Settanta, inserirsi nel panorama artistico capitolino insieme a Nunzio, Dessì, Ceccobelli, Pizzi Cannella e Tirelli, all’interno di quello che viene ricordato come il “Gruppo di San Lorenzo”. Scuola che aveva come punto di riferimento l’ex Pastificio Cerere di via degli Ausoni, resa nota da Achille Bonito Oliva, che nell’estate del 1984, celebrò il luogo con la mostra Ateliers aprendo al pubblico gli spazi in cui abitavano e lavoravano gli artisti.
Attraverso una rielaborazione di tecniche e stili differenti, Gallo presenta in mostra una serie di venti opere su tavola realizzate con la tecnica dell’encausto, alcuni disegni a china e una scultura in bronzo. Colpisce la serie di “ritratti di autoritratti” in cui Gallo inserisce le fisionomie di numerosi artisti come Schifano, Warhol, Rivera, El Greco, Pontormo, Lotto, Ingres e de Chirico, e sui quali interviene stravolgendone fisionomie e fattezze, sottoponendole a forze opposte interne quasi deformanti. Qui si intuiscono le simpatie che formano la mitologia personale dell’artista e la sua volontà di riflettere e dialogare con l’opera di quegli stessi artisti che ritrae.
Gallo riesce abilmente a far convivere nelle sue opere due aspetti apparentemente divergenti. Il primo riguarda la tecnica, una minuzia e una laboriosità propria del costruire che esprimono un orientamento rigoroso, diurno. L’altro aspetto è invece più notturno, orfico, sintomo di una poetica metafisica che abita i luoghi del sogno, spazi in cui prendono vita forme trascendenti e infinite. Le immagini si sovrappongono, gli interventi numerosi e sempre diversi diventano segni, tracce di un mondo in cui invisibile e visibile si alternano reciprocamente. Il quadro diventa così un vero e proprio campo di battaglia dove, come in un gioco di forze, i pieni e i vuoti si contendono lo spazio.
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