Categorie: Cinema

Alla Festa del Cinema di Roma si parla di Palestina con un commovente documentario

di - 18 Ottobre 2025

Put your soul on your hand and walk, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è un documentario dedicato alla giovane fotoreporter palestinese Fatima Hassouna e ha avuto 10 minuti di applausi a fine programmazione da un pubblico turbato da tanta potenza emotiva. È un dialogo intimo tra due donne dai destini diversi, che vivono in luoghi diversi, accumunati da un desiderio di comunicare e divulgare. L’estetica autentica ed imperfetta con i limiti tecnici aprono ad un cinema che segue l’urgenza del racconto e della cronaca. È proprio la sua imperfezione, con salti di connessione, con volti sfocati, ad entrare prepotentemente in una quotidianità fatta di attimi di vita che si trasforma in un diario di Guerra. Tutto inizia dalla necessità della regista Sepideh Farsi nell’entrare a Rafah per poter intervistare i rifugiati palestinesi dopo l’attacco del 7 ottobre. Ha un contatto telefonico in video chiamata con la ventiquattrenne fotoreporter Fatima (fatem) e tra di loro si instaura un profondo rispetto e affetto tra due anime che conoscono la limitazione alle proprie libertà. Le due donne diventano complementari: Fatem diventa «gli occhi su Gaza di Farsi» e Farsi diventa «la finestra sul mondo di Fatem». Sono quindici le conversazioni che assorbono lo spettatore con gli occhi lucidi e il cuore gonfio di una impossibilità di sovvertire le cose o di capire il perché degli avvenimenti. Sono 200 giorni di video conversazioni tra l’aprile 2024 e aprile 2025. Fatem ha solo ventiquattro anni, le è stato rubato il futuro, le è stata rubata la spensieratezza della giovinezza, ma con grande determinazione e coraggio scende in strada con la sua macchina fotografica e immortala la devastazione, la miseria, la guerra.

Quando può, quando i bombardamenti non sono vicini, quando i cecchini non sono sui tetti, prende la «sua anima in mano e cammina». Con un sorriso che si spegne solo dopo un anno di privazioni, di paure, solo quando il continuo e costante rumore dei caccia, dei razzi, delle bombe, diventa un rumore persistente nella sua vita. «Non possono sconfiggerci perché non abbiamo niente da perdere» dice Fatima in una delle conversazioni fatte di sorrisi, risate, silenzi carichi di vuoto. Con una triste ironia aggiunge: «qua a Gaza si hanno molte opzioni per morire. Puoi morire per i bombardamenti, per la paura o per la fame». Il docufilm intervalla i momenti di videochiamata con le fotografie scattate, con le toccanti poesie scritte da Fatima e con stralci di notiziari. Si rimane senza respiro davanti a una quotidianità che conosciamo, che ne abbiamo letto che non fa più notizia. Ma in questo caso si entra attraverso un contatto emotivo con la tragedia, che prende il posto del normale e che maschera i silenzi con le esplosioni, i panorami con le macerie.

Colpisce il suo sorriso dolce e travolgente, quello di una giovane donna che sfida la morte e combatte per il suo paese, testimoniando quello che le accade attorno. Colpisce che non ha tempo per piangere, non chiede compassione, continua a sorridere e a raccontare attraverso un telefono che fa fatica a caricare, attraverso una connessione non stabile, attraverso una vita che vita non è più sua. Ad aprile l’ultima chiamata, vorrebbe visitare un parco giochi, avere uno spiraglio di leggerezza nella sua triste vita; vorrebbe visitare il mondo ma poter ritornare sempre a Gaza dove c’è la sua casa, anche se fatta solo di muri squarciati e di vetri rotti. Il 16 aprile 2025 viene uccisa con una bomba da un attacco israeliano insieme ai 9 membri della famiglia, nel sonno. Non ci sono più chiamate, solo silenzio, solo morte. Dinamismo e immobilismo, vita e morte: questa è l’essenza del documentario. La regista Sepideh Farsi porta con sé l’eredità di Fatima «se muoio voglio una morte molto rumorosa. Che sia sentita in tutto il mondo». Sarà nelle sale da novembre e speriamo che nessuna sala, nessun luogo possa stare in silenzio, possa essere complice di azioni disumane. Si esce dalla sala con una frustrazione di immobilismo, di stordimento, ma grazie a Fatma e alla sua testimonianza non ci è permesso dimenticare.

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