De I Predatori, esordio del regista Pietro Castellitto, ho amato più di tutto l’ironia – surreale, caricaturale, brillante senza presunzione. E poi la costante tensione emotiva come fil rouge della narrazione, crescente a ogni scena, a ogni cambio di set, a ogni incontro e intreccio fra i due nuclei centrali di personaggi: due famiglie romane diametralmente opposte.
Da un lato ci sono i Pavone: ultra borghesi, intellettuali, alienati, destabilizzati, nevrotici all’eccesso, nonostante lo sforzo di facciata nel mantenere il controllo e, per finire, capeggiati dalla grande mente della famiglia, Ludovica Pensa, affermata regista di successo (donna, sospiro di sollievo). Dall’altro i Vismara: ultra coatti, proletari, neofascisti, rumorosi, molto più uniti e passionali ma anche ignoranti e quindi sempre agitati e rabbiosi perché ogni situazione, anche la più banale, è sufficiente a provocare lo scoppio.
Interpretato magistralmente dal comico Giorgio Montanini, il capofamiglia dei Vismara è Claudio, che insieme al fratello Carlo gestisce un’armeria di proprietà dello zio, con annesse attività non propriamente legali. Attorno a queste due figure chiave si snodano le storie di tutti gli altri protagonisti (interpretati da bravi attori scelti ad hoc) – C’è Pierpaolo Pavone, medico radiologo marito di Ludovica Pensa, e loro figlio Federico, assistente di filosofia ossessionato da Nietzsche, disagiato e disagiante, diviso tra una quasi stucchevole gentilezza e attacchi improvvisi di nervosismo e aggressività. C’è Teresa, moglie di Claudio, e il figlio Cesare che “a 12 anni già sta al poligono a sparare”. E poi ancora tutto il fantastico corollario di amici e parenti Pavone o Vismara.
La sceneggiatura de I Predatori, scritta da un giovanissimo Pietro Castellitto ventiduenne, si è aggiudicata quest’anno il Premio Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia. Dopo una prima presentazione domenica 18 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Alice nella Città, il film esce oggi in sala.
Come qualcuno ha già notato, l’unica cosa che si può forse criticare a Castellitto è l’aggiunta di numerosi “vezzi autoriali” tra inquadrature, dialoghi, costruzione dei personaggi e svariati intrecci di linee narrative. De gustibus, io ho apprezzato l’esuberanza e l’originalità. Lo humour, a tratti grottesco, spiazzante e spesso politicamente scorretto, mi ha ricordato vagamente altri autori come Woody e Sorrentino, così come la costruzione antitetica dei due nuclei familiari, la “tipica” commedia italiana divisa tra proletari e borghesi, estrema destra e radical chic.
Nonostante la lampante diversità, i Pavone e i Vismara sono accomunati da tanta sofferenza, rimpianti, umiliazione, solitudine e frustrazione. Entrambe le famiglie sembrano essere alla ricerca di un modo per liberarsi, di un riscatto, e c’è chi ci riuscirà di più, come Claudio, chi meno, come i Pavone, a cui manca uno strumento fondamentale per riuscirci, che è l’educazione alla libertà. Come ha detto in un’intervista Castellitto, alla fine dei conti “sono tutti prede e predatori”. Cercano di dominare la vita e di cambiare il corso delle cose, e per farlo si comportano da predatori, ma restano comunque intrappolati. Le uniche vere vittime sono i figli, perché non predano nessun altro. “Sono dinamiche della vita, nel momento in cui ottieni qualcosa significa che qualcun altro non l’ha ottenuto e crei sofferenza altrove. Magari sta sbagliando l’altro, che ti invidia senza motivo”.
I Predatori è un film liberatorio. I personaggi raccontati diventano maschere i cui tratti caratteristici sono portati all’eccesso fino a diventare quasi ridicoli. E fanno ridere da morire ma è una risata che, a un certo punto, diventa amara e finisce, lasciandone scoperta la drammaticità. Ed è liberatorio proprio perché, grazie alla forma caricaturale in cui vengono presentate, ridiamo di situazioni che conosciamo tutti, da cui siamo tutti circondati o che noi stessi viviamo in prima persona ma che, in questo caso, rimangono sullo schermo e si mostrano in tutta la loro comicità.
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