Park Chan-wook, No other Choice
Tra gli indiscussi meriti di Park Chan-wook c’è sicuramente quello di aver ultimato il generale favore per il cinema coreano traghettandolo a un definitivo punto d’incontro con quello occidentale e partecipando, così, in modo saliente, al successo di quest’industria nell’ultimo ventennio. Ed è proprio nelle pieghe pastiche del regista di Seul che la dicotomia tra contenuto occidentale e forma orientale si fa più evidente, talvolta esplicita, come nella scelta di taluni soggetti: è il caso di Stoker (2013), di Mademoiselle (2016) o, quest’anno, di No Other Choice – libera rilettura di The Ax, romanzo statunitense da cui Costa-Gavras trasse il suo Cacciatore di teste (2003).
La trama, in breve: distrutto dal licenziamento, Man-soo (Lee Byung-hun) è un ex caporeparto di un’industria cartaria che si finge responsabile delle risorse umane per potersi sbarazzare agevolmente (e sanguinosamente) dei suoi rivali di “graduatoria”.
Quando ci si avvicina a un regista come Chan-wook, e forse al cinema coreano in generale, il problema non è più tanto il “cosa”, ma il “come”. Qui, infatti, alla scarna dinamica del soggetto è abbinato il tessuto consueto – grafico e “montaggistico” – che sin da subito diviene marchio riconoscibile e ricorrente dell’autore. Il film diventa un espediente per mettere in scena il solito mix di forme che racconta prima di tutto la sindrome (tutta coreana) da “pionierismo del già noto”. Like a Virgin, cantava Madonna e, come vergini del cinema, Park e i suoi colleghi ci propongono tutto il cinema già esistente come se lo stessero escogitando per la prima volta.
In No Other Choice, lo spaccato sud coreano ci restituisce una civiltà fortemente terziarizzata, codificata in skylines e metodi sociali che differiscono da quelli americani solo per la somatica dei protagonisti. Il Cristianesimo e la sua morale, diffusissimi in Corea del Sud, emergono come fondamentali nei topoi della vendetta (la celeberrima Trilogia 2003 – 2005) e del “von-trieriano” cuore d’oro – evidente nei suoi personaggi femminili, audaci, scandalosi, bellissimi, santi. Se si tiene conto di questo incedere, non sembra più tanto ironico il fatto che molta della metafora sociale dell’Ovest ci arrivi da Est. In No Other Choice si parla del mondo del lavoro, ma questo diviene un pretesto per raccontarci le vite del nuovo ceto medio, la sua oggettistica, gli stereotipi e le caricature (l’influencer ubriacone, il romantico alcolizzato, l’attrice fallita e ninfomane, eccetera) su cui svetta, in quel moralismo di cui dicevamo, il cuore d’oro di turno, la bellissima Mi-ri (Son Ye-jin), qui moglie di un protagonista tapino e disperato, forzato ad azioni tanto ripugnanti da indurre anche lei al silenzio più bieco, pena: la morte sociale.
L’impianto fotografico è il solito abbacinante rigoglio di composizioni (qui, sì, prassi tutta orientale) in cui nulla è lasciato al caso: che sia uno sfondo sfocato oltre uno zigomo, una transizione sagomata tra una scena e l’altra o un campo totale, tutto è perfetto; talmente tanto da perdere di vista il racconto. E qui, forse, il film trova il suo unico punto di svantaggio rispetto all’antecedente di Costa-Gavras. Laddove la critica sociale era asciutta e di per sé bastante, si sostituisce un saggio virtuosistico di ottimo cinema che però fa chiedere: «Serve?», «E a che serve?». Per fortuna sappiamo da decenni che l’arte non serve a niente e, proprio per questo, è utilissima nel celebrare l’unica liturgia sacra quanto il sacro stesso: quella dell’inutilità, cioè massima libertà disponibile per l’uomo civile. Nella lettura trasversale, allora, il film non avrà bisogno di alcun vincolo morale, se non opzionalmente, e si abbandonerà all’estetica, disciplina a cui il cineasta è massimamente vocato, come testimonia la sua biografia universitaria.
In definitiva, uno spettacolo sontuoso ma anche gracidante che – come in un Von Trier d’estremo Oriente – ci tiene sospesi sulla possibilità che qualcosa di terribile stia sempre per accadere. Che si tratti della terza guerra mondiale, della perdita della casa, del licenziamento o della tortura, poco importa: è lo stile di vita borghese che ci rende soggetti a questo tipo di persecuzione, da Ovest a Est.
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