Categorie: Cinema

Longlegs: quando una conversazione Whatsapp supera la trama di un film

di - 1 Dicembre 2024

Dove comincia l’opera? Dove finisce il marketing? Domande lecite in quest’epoca basata sull’autopromozione, in cui la prassi del battage con claim accompagnati da stellette ha raggiunto il suo apice. Ad affiancare tale fenomeno, in un’altra ondata – positiva questa volta – c’è la rivalutazione di Nicolas Cage, ex star in declino e oggi in pieno come back. Attenzione! Questa è una ribalta meritata, riacquistata con fatica, attuata attraverso la scelta di opere di qualità (non più le serie Z a scopo alimentare), ma comunque non troppo discostate dall’alveo di quel cinema di genere che lo ha ospitato e “mal curriculato” a seguito dei suoi guai fiscali e che – leggenda o meno – ha finora alimentato l’ingiusta fama di “attore scarso” diffusa dai “cineocchi social piccolo borghesi” che parlano (si sa) solo “per sentito dire”. In realtà per quanti fossero un minimo addentro al fenomeno, la crisi era già da tempo in odor di affrancamento. Anzi, essa era lì lì per fornire materia biografica all’enfasi con cui la narrazione avrebbe rilanciato l’eccentrico premio Oscar di Long Beach. E, in effetti, è proprio ciò che sta capitando in questi ultimi anni: da Mandy a The Colour from Outer Space , da Pig a Dream Scenario. Ebbene, Longlegs si colloca in coda a questo flusso e frulla tutto il vendibile in uno sgargiante dispositivo di marketing social. Potremmo infatti anche fermarci qui, nel senso che, in effetti, non c’è molto altro da aggiungere alla descrizione di un prodotto che ha svelato in anteprima di mesi, tra Facebook e Instagram, l’unico elemento veramente rilevante e disturbante del film, cioè le sembianze di Nicolas Cage. In pratica, giunti in sala, eravamo ormai già bolliti da un tam tam fatto di teaser, flashettini e rimandi a The Silence of the Lambs affidati a Maika Monroe, già protagonista del rarefatto e memorabile It Follows (A24, gemella della Neon) e qui nei panni di un’allucinata agente FBI che incede attraverso un apparato illuminotecnico suggestivo ma privo di causalità e nessi retroattivi.

La trama in breve: Oregon, 1975 o giù di lì. Una bambina è avvicinata da Dale Kobble, un inquietante personaggio androgino che le rivolge domande sibilline. Vent’anni dopo l’agente speciale dell’FBI Lee Harker, a causa del potere telepatico di cui è in possesso, si ritrova a indagare su una serie di sanguinosi delitti a firma “Longlegs”, pseudonimo che farebbe pensare a un collegamento diretto proprio con Kobble.

Il film si apre con un esergo dei T. Rex (poi anche sui titoli di coda) che rimanderebbe a un mondo satanista ma ammantato di strass glam. “Suggestivo”, si direbbe. Già, peccato che la cosa resti là e l’immaginato background di un cantante rock posseduto da un demone rimanga solo una inespressa fantasia contenuta nella conversazione Whatsapp tra me e una mia amica a fine film. Purtroppo, infatti, la vicenda va avanti con dilatazioni d’atmosfera da afflato simbolista, ma si scorda di far incedere l’indagine. L’introduzione promette il tipico gioco d’incastri del “film-congegno”, ma si risolve in una sequela di fatterelli sparsi, incasinati a beneficio di un maquillage che serve più da copertura all’esilità della trama che da progetto eidetico. Praticamente siamo di fronte una supercazzola visiva al(la) Neon. Inoltre, come se non l’avessimo già intuito durante tutta la campagna social, qui lo ribadiamo: il film non ha nulla a che vedere con The Silence of the Lambs, se non nella contestualizzazione dei fatti in ambiente FBI, nella relazione Harker/Carter a imitazione di quella Starling/Crawford e, volendo proprio calcare la mano, nel dettaglio del modus di un killer che farebbe pensare al Lupo Mannaro di Red Dragon, prima parte della trilogia scritta da Thomas Harris e di cui Silence rappresenta il secondo (eminente) capitolo.

Per il resto: perché l’assassino uccide? Perché lo fa in quel modo? Perché vive come vive? Perché ha quell’aspetto? Perché canta quelle canzoni? Qual è il background professionale di Harker? Dov’è suo padre? Qual è il senso di determinate citazioni? Quando inizia effettivamente il caso “Longlegs”? Perché l’FBI giunge a determinate conclusioni o le tralascia? Queste sono solo alcune delle innumerevoli domande che lo spettatore si porrà andando a vedere Longlegs. Si tratta di interrogativi tipici delle detective story di qualità, cioè degli ascendenti a cui il film di Perkins vorrebbe accostarsi, senza successo se non nell’andamento invertito dei titoli di coda, chiara citazione di Seven.

Cosa rimane? Beh, Nicolas Cage, che risponde a tutto ciò che ci aspettavamo da lui e promette di tornare sempre più in forma, ma mai più nel ruolo di uno psicopatico. Noi rimaniamo sintonizzati.

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