Scissione, frame
Se nel mare di piattaforme pensavamo non ci fosse bisogno di una nuova major, a farci cambiare idea interviene Apple TV + con un catalogo che aggiorna gli stili di grido con una qualità seriale di altissimo livello: cast frequentemente all stars e apparati fotografici degni degli Spinotti migliori. E nei giorni in cui The Studio fa incetta di Emmy, noi attendiamo la terza stagione di una delle rivelazioni più sconvolgenti dell’ultimo biennio: Severance (Scissione qui da noi). Diretta e ideata da Ben Stiller con i poco più che esordienti Aoife McArdle e Dan Erickson, la serie ha il merito di inscrivere un’ulteriore riflessione laddove tutto sembrava fosse stato già detto.
Prendete un indistinto “nord” che ricorda certi territori mentali (in realtà è il New Jersey, ma dopotutto non è un territorio mentale anche quello?), conferite loro quell’aria distopica afferente all’intervento di Cronenberg, Vincenzo Natali, l’Aronofski di π (1998) e Black Mirror (quest’ultimo europeo come parte degli autori stessi). Aggiungete un po’ di fantozzianesimo e immergete il tutto in un contesto vintage che sia eideticamente corretto ma più simbolico che indagato. Ebbene, otterrete un (av)vincente prodotto che ha nel paradosso la sua forza e nella semplicità la sua potenza.
Semplicità: perché, al netto di tutte le riflessioni sulla produttività, il concetto di dualismo tra tempo libero e tempo obbligato non somiglia certo a quello tra intelletto e ragione ed è intuizione a cui anche il CFO di Voghera è già giunto e, dunque, vi si riconosce. Paradosso: perché a metterla in scena è una grande produzione – Apple, appunto – che le permette il dispiegamento di grandi mezzi scenici di cui la satira/denuncia si giova ampiamente, ma che è a sua volta una multinazionale, mandataria di uffici, dipendenti e alienazioni inerenti.
La trama in breve: una giovane donna (Britt Lower) si sveglia sul tavolo di una sala conferenze arredata all’ultima moda ’70/’80. Non sa come sia finita lì, ma da un interfono la voce pacata di un collega (Adam Scott, il protagonista) le rivolge delle domande per introdurla sul suo nuovo posto di lavoro: un dedalo di uffici al neon apparentemente privo di via d’uscita. Così si apre il primo scorcio di questa ucronica seconda metà del XX secolo in cui la Lumon Industries consente ai propri dipendenti di sottoporsi alla“scissione”, un intervento che permette loro di scindere la propria vita privata da quella lavorativa generando di fatto due “io” paralleli.
Da quest’apparato allegorico che rimanda a The Cube (Vincenzo Natali, 1997) il team di autori aggiunge un paio di elementi nuovi: la verosimiglianza causale e l’ironia (evidente sin da subito nel battibecco tra Helly e l’interfono) che vivificano questo affresco già catchy e pieno di volti noti – John Turturro, Patricia Arquette, Christopher Walken – e che ha il merito di raccontare il dramma etico di un mondo che si divide in tanti altri dualismi: dipendenti e indipendenti, etica del lavoro ed etica assoluta, gnoseologia e produzione. Tra le strade di questa contea-mondo che porta il nome di Kier (il fondatore dell’azienda stessa) attivisti antiscissione e intellettuali radical chic dibattono sul ruolo identitario della società umana mentre nei meandri dell’ufficio-labirinto lo spettatore osserva le lunghe giornate degli impiegati la cui mansione è costituita da una misteriosa elaborazione di codici numerici. Qual è più reale tra i due mondi? Cosa produce effettivamente la Lumon Industries? Perché lo fa?
Con l’andare degli episodi non mancano le incongruenze (una su tutte: come può l’io scisso – neonato e virginale – conservare capacità cognitive tanto avanzate?), ma si resta comunque travolti dal modello di un capitalismo radicale che si appropria dei meccanismi del tempo libero per attrarre i propri dipendenti in una “Coppa Cobram” paradossale (succede davvero nel mondo delle aziende, lo sappiamo bene) che ha lo scopo di generare un processo d’immedesimazione che somiglia sempre di più alla fede. Sì, perché in Severance la Lumon è la Chiesa, il fondatore è il Messia e i manager sono i suoi sacerdoti. Una metafora che rimanda a un mondo aziendale attualissimo, ormai definitivamente sganciato dall’economia reale e che trae profitto (finanziario e poi inevitabilmente monetario) dalla stabilità più che dall’utile. Da noi accade con i titoli di listino, in Scissione accade con il misterioso software a cui i dipendenti lavorano. Importa più il prodotto o la fedeltà a esso? E a un certo punto cosa accade se l’azienda finisce col produrre Dio? Tutte domande umilmente poste dal qui scrivente. Tutte domande inevase a cui si spera la terza stagione (annunciata per il 2026) possa aiutare a porre soluzione e, magari, a dirimere quelle succitate incongruenze che ancora affollano questo prodotto impetuoso e affascinante.
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