Carcaça, Marco da Silva Ferreira, Festival Torinodanza, © Joseì Caldeira
Rutilante, eversivo, carnevalesco, tribale, contemporaneo, folklorico, con influenze afro. Un lessico coreografico soprattutto urban, con movimenti originati dal voguing, dall’hip hop, dalla house dance; e con musica percussiva di batteria, mista a elettronica e ritmi techno. Insomma, un mix esplosivo di stili e contaminazioni, tra rigore e improvvisazione, fisicità e continua trasformazione, che rivela il background del suo autore: il coreografo Marco da Silva Ferreira. Lo spettacolo Carcaça ne è l’emblema (al Festival Torinodanza, prima nazionale).
Il titolo, in portoghese – carcassa, guscio, struttura -, si riferisce allo scheletro o ai resti di un animale un tempo vivo. ‹‹Com’era quando era in vita?››, si chiede il coreografo, che vuole rappresentare il presente mentre mostra una testimonianza multilaterale del passato. ‹‹Uso la danza – spiega l’artista – come strumento per esplorare temi di comunità, collettività e identità, fondendo le forme del passato con il presente per comprendere come le identità personali modellano quelle collettive››.
Il palcoscenico, con un vasto tappeto bianco interamente illuminato, accoglie il pubblico, introdotto dal martellare velocissimo di un batterista, João Pais Filipe, ai bordi della scena vuota e con, ben visibili, attrezzature, cavi, e due microfoni. L’ingresso laterale di un danzatore che esegue un assolo, è presto accompagnato dall’entrata del gruppo da più angoli, muovendo sempre ai lati del quadrato, quindi arrivare frontalmente sul fondo, e da lì conquistare la scena.
Il turbinio di danza che segue, sostenuto dai suoni elettronici di Luís Pestana, è semplicemente un’esplosione di energia fragorosa, esuberante, fortemente cinetica, che parte dal piegamento ondeggiante delle caviglie e dei piedi in un gioco di gambe che sale per il busto, si snoda sulle braccia, e scuote ogni parte del corpo. Corpo che racchiude memorie di balli popolari; ricrea forme sempre diverse, contemporanee; marca movimenti da parata, da marcia di carnevale, in sincro e fuori sincro; crea strutture fisiche, include voci, canti tradizionali e moderni ritmi techno da club; vibra inglobando atmosfere ed epoche.
È un viaggio tra il passato e il presente, tra i regni e le rovine del tempo. Come le rovine dei muri della storia, “…che cadranno”: una dichiarazione, questa, che fa virare lo spettacolo decisamente verso una dimensione sociale e politica, con l’esecuzione di una canzone popolare antifascista portoghese (legata alla sofferenza del passato e al vissuto dittatoriale della nazione), che si fa denuncia dei sistemi politici autoritari. I danzatori intonano la canzone durante una lunga sequenza corale che, tra moltiplicazioni d’ombre e scritte evanescenti su un grande schermo ricavato dal tappeto di danza issato, si muovono tenendo alzata e aperta una maglietta rossa tra le due braccia, come vessillo. E chiudere con una danza compatta, dapprima in avanti, poi ripiegando, illuminata da una luce aurorale sorta dal fondo.
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