Peer Gynt Balletto di Maribor
Derisorio sogno a occhi aperti o rito di passaggio e d’iniziazione, le avventure tra monti, selve e mari di Peer Gynt, nel suo connotato onirico-esistenziale si sono prestate nel tempo a molteplici interpretazioni. Al confine tra leggenda, incubo e realtà, commedia dolceamara e fantastica di Henrik Ibsen formata da un collage di fiabe della tradizione norvegese, racconta del controverso Peer, egoista e sublime contafrottole, figlio di un contadino, che, ridotto in povertà, vorrebbe recuperare onori e ricchezze ma si perde, invece, in sogni a occhi aperti e si trascina senza combinare nulla. Un giorno, accusato di rissa, si trasforma in un fuorilegge costretto alla fuga. Nel suo peregrinare vive straordinarie avventure con incontri speciali – imbattendosi, a più riprese, anche con la Morte -, e finisce in un manicomio; ritorna anziano dopo molte peripezie per ritrovare l’amore della sua Solveig che lo ha aspettato fedelmente per tutta la vita, sua ultima possibilità di redenzione. Impresa ardua tradurre in danza un poderoso dramma in versi, così come l’anima complessa del leggendario personaggio fantasista nato dalla penna di Ibsen e trasposto in musica da Edvard Grieg.
Una sfida per il coreografo rumeno Edward Clug alla guida dello sloveno Balletto di Maribor, la cui cifra stilistica contemporanea, in questa rilettura di “Peer Gynt” (in prima italiana al Teatro Comunale di Modena per ModenaDanza 2023), riesce a strutturare una narrazione esemplare che rifugge pantomime o linguaggi similari. Le linee drammaturgiche e le ricche forme coreografiche di Clug dense di immagini corali in movimento, si fondono con lo spazio scenografico di Marko Japelj, per restituire il senso di un viaggio al contempo fisico e interiore. Con accanto una capanna che è casa materna, caverna dei Trold, montagna da scalare, luogo da cui tutto si genera, il balletto si svolge attorno, dentro e sopra un’elegante rampa ad anello oblungo, che è strada del peregrinare, luogo della festa, bosco dell’immaginazione, tolda della nave che naufraga con gli eventi che tornano alla luce come relitti affioranti dall’acqua, testimoni delle incredibili vicende dell’eroe, per poi tornare giù, inghiottiti dal passato nei meandri della coscienza.
Brillano meravigliosi momenti espressivi, assoli e passi a due di lirica gestualità – come quello finale con Solveig -, ampie sezioni d’insieme, sequenze di gruppi che mixano riti e luoghi. Il monumentale balletto disegnato da Clug (creato nel 2015 per il Balletto Nazionale Sloveno di Maribor e ripreso nel 2018 per il Balletto di Vienna) si avvale di una ricca teatralità grazie alle sculture di Ivo Nemec e Milena Greifoner, ai bellissimi costumi di Leo Kulaš dai prevalenti colori azzurri e grigi – estrosi quelli seppia dei mitologici Trold con rigonfiamenti, maschere orrorifiche e lunghissimi capelli -, mentre le luci di Tomaž Premzl ampliano e stringono gli spazi fisici e mentali del mondo di Peer. Ricorrente la figura del cervo con ampie corna e stampelle, e quella della Morte dalla lunga tunica nera. Ceppi di legno fungono da sedie e da foresta; tappeti orientali ricreano un luogo del suo viaggio; l’uscio portato in spalla – struggente il duetto con la madre – e una bara fatta scorrere evocano storie e persone nel bellissimo finale.
Se tutto il “Peer Gynt” è un rito di passaggio dalle fantasticherie eroiche della giovinezza alla vita adulta, concepita non come ingombro di obblighi sociali ma come sviluppo di un’interiorità armonica, Clug lo traduce mirabilmente in danza col suo linguaggio profondamente espressivo.
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