Sol invictus ph. Sternalski Nathalie
Travolgente, come sempre, la danza dei ballerini di Hervè Koubi. Anche nel nuovo spettacolo Sol Invictus. Un melting pot che non può non entusiasmare per quel mix esplosivo di tecniche e diversi stili acrobatici – dall’hip hop, alla capoeira, dal ballo popolare alle arti marziali, al contemporaneo – dei diciassette performer dalle diverse latitudini geografiche e culturali (dall’Amazzonia alla Siberia, dalla Francia al Marocco, dagli Usa all’Algeria).
Il primo a entrare in scena esplora lo spazio, guarda verso di noi, inizia a correre, a volteggiare con mani e piedi. Lo imitano gli altri che via via entrano singolarmente, formando subito un gruppo, una tribù. È una comunità che, nel segno della condivisione, di una fratellanza che non conosce confini, si raduna sotto il grande “sole invincibile” del titolo. La luce che esso emana è simboleggiata da un vasto manto dorato sul quale i performer vi danzano sopra, avvolgendosi, strisciando, espandendolo come un’onda che sommerge o un mare che conduce, muovendolo come un vento di tempesta o come dune di un deserto da attraversare. Sollevato da un bordo e messo in capo a una donna diventa l’emblema dell’universo femminile che genera la vita, che accoglie, che indica la strada. È in nome di quelle radici comuni che uniscono tutti gli uomini, il credo umano e artistico del coreografo franco-algerino Koubi.
«Perché danziamo? Non siamo niente nell’universo. …Ma se riusciamo ad integrare questa indifferenza e ad accettare la sfida della vita, la nostra esistenza può davvero avere significato ed essere appagante. Non importa quanto sia profonda l’oscurità, dobbiamo portarvi la nostra luce», riflette Koubi. E del suo Sol Invictus, dice: «È uno spettacolo molto politico, perché se possiamo danzare insieme possiamo anche vivere insieme. Quello che voglio creare è un’eco della nostra umana storia comune».
L’esperienza e la pratica della danza di strada da dove provengono i ballerini, quel mondo urban diventato linguaggio universale, li ha fatti incontrare e unire. Interconnessi ma quasi sempre autonomi, in Sol Invictus (al Teatro Comunale di Vicenza per “Danza in Rete Festival”) essi popolano le tavole dello specchiante palcoscenico, pulsandole con l’energia della loro fisicità palese, mai gratuita, sempre al servizio di una narrazione che scorre sottotraccia mentre camminano, corrono, si intrecciano, si alternano eseguendo capriole aeree, rotazioni con la testa e le gambe all’insù bloccate come colonne per lunghissimi secondi, salti e torsioni volanti, blocchi con la mano e con un solo braccio in acrobatiche evoluzioni.
Hanno tutti corpi diversi i magnifici danzatori – dai costumi colorati e con gonnelle, altri a torso nudo -, incluso un uomo privo di una gamba, che arriva in scena con una stampella, la lascia e compie sorprendenti performance. Entrano, per la prima volta nella compagnia CIE, tre donne aggiungendo l’energia tipicamente femminile all’ensemble che, formato da Koubi nel 2010 e con sede a Calais, si è contraddistinto per essere, finora, tutto al maschile.
Il tessuto sonoro che lega la danza spazia dalla musica di Steve Reich con inserti di The four Sections, a Beethoven con il secondo movimento della Settima Sinfonia; dalla musica del belga Maxime Bodson, a quella dello svedese Mikael Karlsson, dalle atmosfere rarefatte, cupe o travolgenti. S’odono anche canti nel turbinio di gambe, di braccia alzate, di mani intrecciate in girotondi, di lievi abbracci, di ginocchi a terra; c’è anche il silenzio, la festa, il comporsi di fugaci tableaux vivant che richiamano l’erranza di popoli, le perdite e il ritrovarsi insieme. E se tra assoli, duetti, frazionamenti e unisoni, la coreografia, sempre fluida e raffinata, ha più momenti ripetitivi, rimane negli occhi la poetica, luminosa celebrazione della vita intesa dalla danza di Hervé Koubi.
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