Planimetrie, montaggi di contesti urbani, ricostruzioni di unità abitative di diversa origine e natura, strutture effimere ma attraversabili. L’elenco di elementi che, da sempre, caratterizzano il lavoro di Eugenio Tibaldi potrebbe continuare, delineando il profilo di un artista che indaga l’intervento antropico sul territorio e negli spazi vissuti, muovendosi su un piano che sembra leggermente “slittato” rispetto a quello dell’architettura tout court. La sua ricerca si muove, insomma, sulla ricostruzione di figure che, messe assieme, costituiscono una sorta di contro-architettura dei nostri scenari cittadini.
Vero. Ma qui occorre smentirci subito. Al Nabilah, frequentatissimo club sul litorale di Bacoli, in provincia di Napoli, Eugenio Tibaldi è intervenuto più volte, suggellando un sodalizio quasi ventennale con il proprietario Luca Iannuzzi, e oggi veste i panni dell’architetto-designer, progettando il restyling del locale.
Frutto di questo lavoro è Shell, uno spazio aperto e leggero – che sarà presentato al pubblico il 10 ottobre alle 19 – in cui la sottile opacità della tensostruttura in pvc bianco e le vetrate aperte sulla spiaggia fanno da involucro e conchiglia a un ambiente luminoso in cui lo scambio tra esterno e interno è osmotico e continuo. «Con Luca abbiamo da subito pensato ad un luogo in cui stare bene noi», ha affermato Tibaldi che, reduce dall’inaugurazione del suo Giardino abusivo al Museo del 900 di Milano, ci ha raccontato: «Abbiamo immaginato una sorta di casa impossibile, di salotto traslato direttamente sulla spiaggia. Il luogo era già magico senza nulla, era stato scelto duemila anni fa dai romani e mi affascinava l’idea di poter lavorare e interpretare un luogo così carico di rimandi».
Ciò che Eugenio Tibaldi ha cercato con la sua Shell del Nabilah è quindi «una sensazione di contatto con il mare e con la rocca romana in una sorta di sospensione temporale e stilistica». E, infatti, anche lo spiazzante arredamento, che mescola il modernismo geometrizzante delle sedie e il moderno impero rivisitato dei tavoli, entrambi smorzati (e rinnegati) da un traforo a pois, è stato disegnato da Tibaldi, che ha ipotizzato per quegli oggetti un’estetica futuribile e mai avverata.
«Sono partito dalla data in cui il lido è stato fondato, il 1956 – ci ha spiegato – e da lì ho immaginato degli oggetti futuri possibili che non si sono mai realizzati: ho ricercato le geometrie degli anni ‘50 all’interno di materiali industriali e, così, una rete stirata dipinta di bronzo diventa una sorta di tappezzeria».
Quando gli abbiamo chiesto se considerasse questa incursione nel design una parentesi del suo lavoro o se possa invece rappresentare una possibile ulteriore direzione di ricerca, ci ha risposto che «Non si tratta di un lavoro artistico, ma a suo modo è un canale espressivo che riconosco, in cui riesco a trasmettere alcune sensazioni e a comunicare con un pubblico molto vasto che nulla sa del mio lavoro e della mia ricerca e che anche solo per un drink vive uno spazio che è stato pensato in ogni suo aspetto partendo da un punto di vista concettuale».
E ha aggiunto: «Mi apre una finestra sulla società e la possibilità di osservarla e di trovare ulteriori dettagli che aprono riflessioni e interrogativi che poi ribalto nella mia ricerca artistica».
© Danilo Donzelli Photography
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