Sul braccio ha tatuata una frase dell’artista americana Jenny Holzer. Protect me from what I want, c’è scritto, un po’ per gioco, un po’ per provocazione. Paraconcettuale, dice lui.
Tobi Wong (Vancouver, 1974, vive a New York), studi di arte e architettura ed un diploma in scultura alla Cooper Union, è designer. O meglio lavora in quel margine esile, ma fertilissimo, collocato tra quanto chiamiamo arte e quanto definiamo design. Zona franca, territorio difficile, ma senza costrizioni, ideale per la sperimentazione. C’è da dire che non sono in pochi a muoversi in questo spazio (Joep Van Lieshout e Martì Guixé fanno, con esiti e modus operandi diversi, più o meno questo) certo è, però, che solo un numero esiguo ci riesce con invidiabile disinvoltura.
Wong ce la fa unendo con naturalezza ironia ed algido aplomb: rivisita i ready made, ma invece di prelevare oggetti anonimi utilizza riconoscibilissimi pezzi di design. Una prassi, questa, che gioca con le categorie, con la vanità, con l’oscuro potere di fascinazione delle cose. C’è di più: un piccolo, ma significativo slittamento di significato.
Sceglie, estrapola, interviene, sposta, modifica. Come quando trasforma la Bubble Chair firmata Philippe Starck in una lampada e la espone con un titolo tanto semplice quanto laconico: This is a Lamp. Istruzione per l’uso e lapalissiana affermazione, per l’appunto. “Non voglio fare arte o design, necessariamente” spiega. E ancora: “gallerie e showrooms sono i luoghi dove ho fatto le cose che ho fatto. Ma non è detto che non possa fare altro”.
Intanto continua imperterrito a mischiare le carte: ritaglia una seta dello stilista Issey Miyake per farne un salvaschermo per il monitor, s’inventa candelieri fantasma, pillole improbabili che contengono polvere d’argento o cioccolatini fustellati, che diventano lettere per comporre messaggi. Il piglio è semiserio, l’equilibrio è perfetto, l’effetto vagamente spiazzante.
In questo senso sono interessanti due tra i più recenti progetti, dedicati ai diamanti: davanti alle pietre preziose per antonomasia, Wong sfodera il gusto per il nonsense, incastonando, per esempio, minuscole lucenti scaglie in una comunissima gomma per cancellare. E dovendosi cimentare con un anello -realizzato in collaborazione con Philip Mohr– sceglie la più semplice delle forme, un cerchio sottile, perfetto, in platino o in oro giallo. Il diamante c’è, ma non si vede, è celato nello spessore interno del gioiello: una volta indossato scompare, come il più prezioso dei tesori. Pegno d’amore, sì, magari per sempre. Ma a scanso di ogni possibile ostentazione.
mariacristina bastante
[exibart]
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