L’editoriale non convince. Si gira ancora intorno all’argomento –sofferto, ma ormai tendente allo scontato– della guerra. Del desiderio di pace. Della libertà. Scivola sulla retorica, offrendo solo un vago accenno, un paio di righe stirate, a quello che sarebbe dovuto, forse, essere l’argomento degno di spazio: la reazione da parte del mondo dell’arte.
Superato questo scoglio iniziale, il prisma dell’arte viene colto nelle sue effervescenti luminosità dall’esaustivo panorama affrontato da questo numero di temaceleste. L’inizio introduce un’interessante retrospettiva dedicata alla cultura contemporanea di un paese che di certo non è solito figurare nello star system della creatività, il Messico. Mexico City grida il suo fermento mettendo in mostra la sua fobia nei confronti di fantasmi sociali che spaventano il paese come la violenza e la povertà, come lo spettro di vedersi la propria cultura schiacciata dall’Occidente industrializzato. Il tutto tramite gli efficaci mezzi concessi: fotografie, videoinstallazioni, dipinti e sculture. Il mondo “20million Mexicans can’t be wrong”, esposizione della South London Gallery, e “Mexico City: An exibition about the exchange rates bodies and values” al P.S.1 di New York sono solo alcuni esempi.
Con Michael Maffesoli incontriamo Michelangelo Pistoletto, presente anche alla 50° edizione della Biennale di Venezia. Ci si addentra nel flusso statico del postmoderno. La sensazione di atemporalità, di essere fermi ad un presente eterno in cui ogni cosa perde forma e importanza è ciò che rimane, come per retrogusto, osservando il suo “autoritratto – uomo che cammina” o l’installazione “Love Difference”. Contrasti e complessità. Paradossi. “L’arte postmoderna non stabilisce un opposizione tra soggettività e oggettività, ma si basa su un incrocio antropologico” , si legge.
Molte le interviste. Lieto rappresentante del Sud Africa, David Goldblatt, intervistato da A.F. Honingman, presenta il suo paese visto dal suo occhio fotografico. Una galleria fotografica. Molti colori caldi. Altrettanti luminosi bianchi/neri. Soggetti: un particolare, un volto, una donna con le vesti che la tradizione le impone.
Tornando alle video-installazioni, un occhio di riguardo va a Steve McQueen. Nello spazio “profili” di Francesco Poli, se ne parla. L’ opera “Once upon a time” è composta di sale dipinte totalmente di nero, a isolare il visitatore da tempo, spazio. Solo solitudine. Dopo una, due, tre sale assolutamente nell’oscurità, la luce lo guida verso lo schermo, su cui l’artista proietta in sequenza 116 immagini. Sottofondo: un linguaggio molto lento, ma incomprensibile. Sono parole che non comunicano nulla. Il visitatore è risucchiato nella voragine di un buco nero, metafora chiara dei limiti dell’universo umano.
Finale su mostre nel mondo e gallerie da tenere d’occhio.
micol passariello
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