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exibart prize incontra Luisa Valeriani

di - 30 Dicembre 2024

Come hai scoperto la tua passione per l’arte? Ci sono stati momenti o persone particolari che hanno influenzato il tuo percorso?

a passione per l’arte è sempre stata parte di me, quasi come un’inclinazione naturale. Fin da bambina cercavo la bellezza nelle piccole cose, nelle sfumature che altri sembravano ignorare. Un momento particolarmente significativo nel mio percorso è stato l’incontro con il movimento dello Sturm und Drang e con le opere di Caspar David Friedrich. Il suo modo di rappresentare il sublime, la capacità di trasportarmi in scenari quasi mistici e farmi sentire piccola di fronte all’immensità della natura, ha avuto un impatto profondo su di me. Da allora, ho iniziato a considerare l’arte non solo come un mezzo espressivo, ma come una finestra aperta su mondi nuovi, capaci di evocare emozioni intense e riflessioni profonde. Anche il periodo della Secessione Viennese e l’Art Nouveau hanno influenzato la mia visione artistica: l’uso dell’oro, la ricchezza decorativa, il simbolismo e la sinuosità delle linee sono diventati parte integrante del mio linguaggio visivo. Condivido appieno l’idea che l’arte non debba limitarsi alla pura estetica, ma possa veicolare messaggi profondi e contribuire a influenzare la cultura e la società.

Ci sono temi o concetti ricorrenti che esplori attraverso la tua arte? Cosa ti ispira maggiormente?

La mia arte è intimamente legata al mio vivere quotidiano. Ogni giorno è una fonte di ispirazione, un’occasione per osservare e riflettere su ciò che mi circonda, soprattutto a livello sociale. Esploro spesso temi legati ai rapporti umani, alle dinamiche di potere e alla complessità del rapporto con se stessi. Il mio processo creativo è alimentato dall’osservazione di questi aspetti, cercando di cogliere le sfumature più sottili e di tradurle in immagini e forme che possano comunicare qualcosa di universale. L’essenza del mio lavoro risiede in una costante ricerca, in un’analisi profonda di ciò che significa vivere, con tutte le sue contraddizioni e meraviglie.

Come pensi che il contesto culturale e sociale in cui vivi influenzi il tuo lavoro artistico?

Il contesto in cui viviamo ha un’influenza innegabile sul lavoro artistico. La società, le persone, i luoghi, tutto ciò che ci circonda plasma inevitabilmente il nostro modo di percepire e creare. Anche quando cerchiamo di elevarci al di sopra di certi schemi o convenzioni, non possiamo sfuggire del tutto alla realtà che ci circonda. Nel mio caso, il contesto sociale è spesso il punto di partenza delle mie opere. Cerco di riflettere su ciò che vedo e sento intorno a me, utilizzando l’arte come uno strumento di indagine e di critica. È un dialogo costante tra ciò che è fuori e ciò che è dentro di me.

Puoi raccontarci di un progetto o di un’opera a cui tieni particolarmente e spiegarci il motivo?

Uno dei progetti a cui sono più legata è la mia ultima opera, *Urla basta*. Si tratta del frutto di un processo creativo durato circa sei mesi, un viaggio intenso di introspezione e autoanalisi. Il titolo stesso dell’opera nasconde un significato profondo: *Urla basta* è l’anagramma di *Tabula rasa*, un concetto che nell’opera rappresenta non tanto un punto di partenza statico, quanto un processo attivo di cancellazione e rinascita. La lavagna vuota della nostra identità, infatti, non è mai davvero pulita, ma viene riscritta continuamente, riflettendo la nostra costante evoluzione. Questa idea suggerisce che l’identità non è qualcosa di fisso o definitivo, ma il risultato di un continuo ricominciare, un percorso che implica il lasciar andare il superfluo per riscoprire le proprie potenzialità più autentiche. La ricerca della *tabula rasa* diventa, così, un viaggio interiore, un cammino di consapevolezza che ci permette di affrontare i nostri limiti e difetti, trasformandoli in risorse per la crescita personale. Per me, *Urla basta* ha rappresentato un momento di profonda crescita non solo artistica, ma anche umana. Attraverso quest’opera, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con le mie fragilità e di trasformarle in una forma di espressione creativa, raggiungendo un nuovo livello di autoconsapevolezza e maturità.

In che modo l’interazione con il pubblico influisce sulla tua pratica artistica? Ti capita di modificare il tuo lavoro in risposta ai feedback che ricevi?

L’interazione con il pubblico gioca un ruolo fondamentale nella mia pratica artistica, soprattutto come momento di scambio e riflessione. Il dialogo che si crea con chi osserva il mio lavoro è per me estremamente prezioso: ascoltare prospettive diverse mi mi aiuta a vedere le mie opere sotto luci diverse, aprendo così spazi di esplorazione che non avevo considerato. È un processo che arricchisce la mia pratica artistica, senza necessariamente modificare l’opera in risposta ai feedback ricevuti, ma ampliandone il potenziale interpretativo.

Cosa pensi della commercializzazione dell’arte contemporanea? Pensi che possa compromettere l’integrità dell’opera o la sua funzione critica?

La commercializzazione dell’arte è un tema complesso. Da un lato, credo sia giusto che l’arte trovi una diffusione, che le idee possano essere condivise con un pubblico ampio. Tuttavia, quando un’opera diventa esclusivamente un prodotto, perde parte della sua autenticità e della sua funzione critica. L’arte nasce dall’esigenza di comunicare qualcosa, di esprimere un pensiero o un’emozione, indipendentemente dal fatto che venga o meno ascoltato. Quando l’opera viene ridotta a un oggetto di mercato, rischia di perdere quel potere evocativo e trasformativo che la rende davvero significativa. Per questo, per quanto io comprenda l’importanza della diffusione, mi oppongo all’idea di ridurre l’arte a semplice merce da pubblicità.

URLA BASTA

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