Lâaspettativa e la curiositĂ per il primo, grande appuntamento internazionale post Covid avevano fatto quasi dimenticare certe sensazioni fisiche tipiche delle Biennali di Venezia ma, a fine giornata, riscoprire esattamente âquellaâ stanchezza è, in fondo, un bel segnale. Non câè il flusso delle vernici di una volta, quella corrente di voci e corpi che scorre parallelamente allâacqua verde tra i canali e ti conduce tra scale, ponti e campielli e che pure rappresenta una delle cose notevoli del contesto. Ma lâaria di questa 17ma Biennale di Architettura è frizzante lo stesso e â insieme a un freschissimo Select Spritz ovviamente â, fa correre i pensieri e le riflessioni da un Padiglione allâaltro. Eccone tre ai Giardini, caratterizzati da altrettanti approcci alla materia: uno poetico, uno stilistico, uno narrativo.
Curato da Paul Andersen e Paul Preissner, il Padiglione degli Stati Uniti è quasi irriconoscibile: la facciata dellâedificio progettato negli anni â30 da Delano e Aldrich è infatti riletta da una potente struttura percorribile di fragrante legno chiaro che, salendo due rampe di scale, ci porta in alto, aprendo una poco usuale prospettiva sbalzata dei Giardini e delle persone che, passando lĂŹ sotto, alzano lo sguardo e lo restituiscono. Allâinterno, Ania Jaworska, Norman/Kelley, Daniel Shea, Chris Strong e The University of Illinois Chicago School of Architecture, raccontano una storia tipicamente americana. Attraverso una ordinata e classica esposizione alternata di fotografie e modellini, in âAmerican Framingâ si delinea lo stile costruttivo caratterizzante della storia degli Stati Uniti e del sogno di espansione verso Ovest dei primi anni dellâ800, quello dei telai di legno tenero. Una soluzione pragmatica, poco cogente in fase progettuale e adattabile durante la realizzazione, largamente impiegata per la disponibilitĂ del materiale principale, per la semplicitĂ di esecuzione, per la possibilitĂ di impiegare manodopera non specializzata. Nonostante lâevidente contributo, però, la struttura di legno tenero non ha ancora ottenuto un pieno riconoscimento ufficiale, rimanendo relegata a âtecnicaâ. Attraverso una serie di evocative fotografie di donne e uomini al lavoro, tra modellini di edifici tipici e con funzioni diverse, dalla Warehouse George Washington Snow di Chicago, del 1832, allâEarthquake Cottage di San Francisco, del 1906, fino al Vista-Liner Smoker Lumber Company, del 1956, si assiste alla graduale e giustificata trasformazione di una tecnica in uno stile compiuto, un canone costruttivo, modulare, replicabile, che ha dato forma alla storia degli Stati Uniti.
A Venezia il rumore dellâacqua è una costante sonora che tende a scomparire nel sottofondo. Nel Padiglione della Danimarca, a cura di Marianne Krogh e con Lundgaard & Tranberg Architects, ci si riconnette in maniera organica e poetica a quel sostrato imprescindibile nella stratificazione urbanistica di Venezia. Un sistema idrico ciclico collega gli spazi del Padiglione al livello della Laguna, mentre un telo lascia sgocciolare lâacqua piovana. Si cammina su delle passerelle affiancati dai rivoli dellâacqua che scorre e da diverse tipologie di piante verdissime, ci si serve una tisana che si può sorbire comodamente seduti su dei divanetti imbottiti. Ci si riposa per qualche minuto, si integrano liquidi nel corpo, i muscoli si rilassano assecondando lâincessante partitura ritmica dellâacqua che, portata dalle tubature, si riversa scrosciando tra vasche e canali. La disciplina dellâarchitettura è declinata sul suo versante installativo, relazionale, contestuale, come del resto capiterĂ di vedere in molte occasioni di questa Biennale.
Nel caso del Padiglione del Giappone, lâimpressione di una architettura decostruita assume un risvolto letterale, narrativo. Curato da Kozo Kadowaki, il progetto di Jo Nagasaka, Ryoko Iwase, Toshikatsu Kiuchi, Taichi Sunayama, Daisuke Motogi, Rikako Nagashima, presenta una tipica casa giapponese di legno che, destinata alla demolizione, è stata trasportata a Venezia, dove però non è stata ricostruita. Almeno, non nella sua forma originariamente prevista. Nel Padiglione, infatti, sono ordinatamente archiviati vari elementi strutturali e complementi di arredo, stipiti, mensole, cornici, ognuno dei quali è latore di un frammento di esistenza quotidiana. Si tratta, tuttavia, di parti residuali: la maggior parte dei pezzi, infatti, è stata riutilizzata per la realizzazione di panchine e altre strutture diffuse per i Giardini, costruite in collaborazione con maestranze veneziane. Lâarchitettura diventa una narrazione con diversi gradi di interpretazione che, densi di significati e di vissuti, diventano brani da rileggere e rielaborare. E il viaggio non finisce in Laguna: i pezzi andranno a Oslo, dove saranno riassemblati â e raccontati â unâennesima volta.
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