Più che una parte della Biennale di Istanbul, la mostra al Pera Müzesi è una infilata di opere che compongono, appunto, una mostra tematica. Qui l’antropocene è solo un accenno che lascia spazio ai discorsi sulla presenza di fauna non autoctona nel Lago Ontario, che viene accomunato ai Balcani e al Mar Nero per la presenza delle “cozze zebra” arrivate nel profondo nord e lì installatesi, compreso sulla copia della scultura di Henry Moore che offre Simon Starling in Infestation Piece, «opera che mette in scena un incontro assurdo tra storia dell’arte (l’opera e l’autorialità) e contesto geografico».
La domanda, che sopra ogni altra pervade, è la seguente: siamo sicuri che le forme di vita – infestanti, anche – possano e debbano crescere in quello che è il loro habitat originario? In senso ampio e semplicistico, allora, pure gli esseri umani dovrebbero restare ancorati alla rispettiva terra di origine. Ma gli umani hanno gambe e si possono muovere. Così come le cozze si attaccano laddove possono e si lasciano trasportare. Seguendo una logica territorialmente esclusiva, probabilmente, non sarebbe mai iniziato il commercio.
E, ancora una volta, viene da pensare che siamo a Istanbul, terra di mercati e porta tra continenti: la contaminazione, nel bene e nel male, così come l’incontro e lo scontro, è inevitabile. Autoctoni o integrati, è la storia e la storia è cultura condivisa.
Per il resto, a parte la bella sala dedicata all’isola fantastica di Charles Avery, progetto che l’artista porta avanti dal 2006, la sezione al Museo Pera è decisamente scarica: non mantiene la freschezza che si ritrova negli interventi all’isola di Büyükada, né la potenza di alcune sale e progetti dello MSFAU.
Tra i disegni del fisiologo, docente di anatomia e illustratore dell’800, Ernst Haeckel, il cui claim per la Biennale è il “racconto di forme di vita che in parte sono estinte”, o l’idea di anonimato dello spagnolo Anzo (1931-2006) che ha lavorato sul tema dell’isolamento dell’uomo contemporaneo, specialmente durante le dittature, quando il singolo viene allontanato insieme alle sue idee, la percezione è che il Settimo continente geografico del disastro globale, della plastica e delle correnti del consumo, qui sia stato spinto nelle zone più remote del Pacifico e dell’Oceano Indiano non solo fisicamente ma anche metaforicamente.
E uscendo dal Pera Müzesi, la sensazione che pervade di più è quella di una certa scetticità nello svolgimento del tema che il curatore Nicolas Bourriaud ha sviluppato per la sua Biennale di Istanbul, almeno in questa sede.
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Ma da quando Istanbul e' diventata "capitale" della Turchia?...