Bologna è una regola, canta Luca Carboni in una su canzone. E se non ci sono dubbi sul fatto che siamo a Bologna, ce lo ricorda con la sua opera – e che opera! – Marcello Maloberti all’ingresso di Piazza della Costituzione. In materia di regole, è regola che all’ingresso del padiglione 25 Joseph Kosuth ci dica qualcosa: in questa nuova edizione, sulla parete frontale di Vistamare campeggia un inimitabile neon che ci dice “if you wish to marry well, marry an equal” (Se desideri sposarti bene, sposa una persona alla tua altezza). Pronti partenza via, dunque. Basterebbe già questo – per qualcuno, ça va sans dire, per inquadrare in prospettiva più o meno breve quel Cosa sarà, titolo della 49^ edizione di Arte Fiera Bologna alla prima direzione di Davide Ferri assieme a Enea Righi.
Dentro Vistamare non mancano Ettore Spalletti e Rosa Barba, insieme a una notevole opera di Joana Escoval (Ambientale IV, 2025): fatta di inchiostro, capelli umani, crine di cavallo, terra, foglie di lavanda e ulivo e acqua su tela di lino, viene da pensare che potrebbe essere anche lei una valida anticipatrice di una comunione (di materiali) che ben potrebbe fare al nostro circostante. Sarà così? Il tempo di chiederselo, proseguendo il giro delle prime ore, e quando ci si ritrova di fronte a un bell’avvicinamento tra Marcello Maloberti e Monica Bonvicini – da Raffaella Cortese – si incontrano, già entusiasti, i primi collezionisti che, alla domanda “Come è?” rispondono di aver già acquistato Francesco Gennari e Chiara Enzo, da Zero…, e di aver riservato un’opera di Thomas Schutte da Tucci Russo. Non uno Schutte qualunque, ma un pezzo unico, una scultura dalla cromia decisamente irresistibile.
Il principio della fiera che celebra l’italianità (evviva!) lascia tutti contenti e soddisfatti. Il collezionista Mauro De Iorio, che se ne intende, non ha paura di affermare che il primo sguardo vale Art Basel; e ce lo dice in prossimità di un Mirosław Bałka che risponde perfettamente all’intento della galleria Cortese, ovvero quello di trasformare lo stand in un luogo di connessione e partecipazione dove ogni gesto artistico dialoga con il presente e traccia percorsi condivisi verso il futuro.
Lo stand di Galleria Continua, con tutti i suoi grandi nomi che rispondo “presente!” all’appello bolognese, offre un’interessante veduta con un gioco di rimandi tra le opere di Arcangelo Sassolino – un lavoro rosso, in carta e acciaio – e José Yaque, Marta Spagoli e Berlinde De Bruyckere. Nello spazio c’è un bel gioco di equilibrio tra scultura e pittura che si riflette un passo dopo l’altro man mano che si percorrono i corridoi degli storici padiglioni bolognesi, dove si fanno notare Herald St – con un lavoro di Cole Lu, un’opera su lino bruciato dal titolo decisamente profetico, Now, there are no more mysteries of this Island to one who stood before the door, cutting through the black mountains, waiting for the sun (Ora non ci sono più misteri su quest’isola per chi si trovava davanti alla porta, attraversando le montagne nere, aspettando il sole), e gli italianissimi Spazio A – con Chiara Camoni, tra gli altri – e Umberto Di Marino, dove campeggia, al centro dello stand, l’opera di Veovamazzei (Tokyo River, del 2006) che ha attratto subito l’attenzione portando, letteralmente, diversi sguardi e personalità, anche istituzionali, attorno a sé.
A proposito di regole, è regola la posizione di Thomas Brambilla, che schiera tutti i suoi nomi. Dal recentemente e purtroppo scomparso Klaus Rinke a Erik Saglia, da Anatoly Osmolovsky – Altay, Arjun e Armata T-14, sono i suoi lavori in bronzo e nickel, datati 2016 – al grandissimo John Giorno, grande protagonista a Bologna, con anche la mostra al MAMbo. I want to cum in your heart, dice Giorno – e qui lo dico e non lo nego, i romantici sono autorizzati a ripensare a Kosuth. Regola è anche che le gallerie che giocano in casa portino sempre delle ottime proposte: da P420 non mancano Irma Blank, June Crespo, Rodrigo Hernandez e Franco Vaccari, per citarne alcuni; Astuni, con Maurizio Nannucci e Maurizio Mochetti (tra gli altri) e un’installazione su sfondo azzurro di Luigi Ontani (Nell’abbraccio dell’Io); G7 con Anneke Eussen e Aleksander Pektov; e LABS Gallery, last but not least, che alla luce delle belle vetrate del padiglione 25 offre un’inusuale ma interessante vicinanza tra Dionysis Saraji e Gianfranco Baruchello, insieme (anche) a Marc Angeli, Giulia Marchi, Greta Schödl e Claudio Verna.
Rebecca Moccia, con Mazzoleni, e Diego Miguel Mirabella, con Studio Sales, sono grandi protagonisti di due solo booth nella sezione prospettiva, mentre Anna Capolupo nella sezione Pittura XXI, con Rizzuto Gallery, porta Rune, una tenda abitata sulle pareti esterne da tre sogni fatti da lei e all’interno da le “Antenate”, tre figure femminili alle quali si arriva varcando la soglia della tenda. Senza dubbio quello di Capolupo è un lavoro che nell’ottica di un “cosa sarà” va salvaguardato nella memoria: la sua pittura non è semplice raffigurazione ma vero e proprio rito. Lungo il percorso, restando in materia di pittura, Doris Ghetta – ben convinta che l’italianità di questa fiera sia un valore aggiunto – ci porta nel mondo pittorico e variegato di Johannes Bosisio.
Dall’altro lato del padiglione, rimanendo ancora nel 25, da Kaufmann Repetto le ceramiche di Keiji Ito si stagliano su una bellissima opera di Atelier dell’Errore, mentre Massimo e Francesca Minini aprono il loro stand – con Jacopo Benassi, Giulio Paolini, Flavio Favelli, Peter Halley presenti – all’insegna del colore rosso con Titina Maselli (Grande cielo, 1967) da un lato e Vanessa Beecroft dall’altro. Più nascosto ma ben visibile, Sabrina Mezzaqui sceglie alcune parole di Mariangela Gualtieri, dalla Bestia fu gioia, per la sua Dediche (M.G.): Per tutto questo conoscere e amare eccomi. Per tutto penetrare o accogliere eccomi. Per ondeggiare col tutto o forse cadere eccomi che ognuno dei semi inghiottiti si farà in me fiore fino al capogiro del frutto lo giuro.
Nel padiglione 26, tra dei bellissimi esemplari di Afro, Capogrossi, Arthur Duff, Enrico Baj, Ligabue, Luigi Boille e Georges Mathieu, Mazzoleni riunisce i maestri del dopoguerra – nucleo storico dell’identità della galleria – con alcune delle pratiche contemporanee più interessanti che la galleria ha sempre sostenuto negli ultimi dieci anni, da Marinella Senatore a Rebecca Moccia, da David Reimondo ad Andrea Francolino che presenta, quest’ultimo, un inedito Vaso Infinito – un lavoro del 2025 che celebra la diversità, l’originalità e l’assenza di limiti della creazione in potenza.
Richard Saltoun sceglie artisti italiani, di generazioni diverse, tra cui Flaminia Veronesi, Bea Scaccia, Franca Marano, Silvia Giambrone e l’inconfondibile Gino Marotta; Simone Frittelli porta, tra gli altri, Mariella Bettineschi; e Galleria Gaburro – sempre nel 26 – si presenta sul teatro bolognese con Ian Andrews, Liu Bolin, Leyla Cardenas, Marco Cingolani, Emilio Isgrò, Jan Fabre e Ruben Montini – a cui la galleria dà quell’ampio spazio necessario per far emergere (finalmente) la capacità installativa dell’artista anche su grande, grandissima dimensione.
Questo è quanto dalla primissima – di una lunga serie – di camminate per i padiglioni di Arte Fiera 2026. Se già lo scorso anno la qualità era alta, quest’anno la fiera è riuscita ad animare ancora di più gli entusiasmi. Le prime ore di Cosa sarà rivelano che è un tanto, non troppo, in grande – e meritata – crescita. Chiudiamo il nostro giro con Bertozzi&Casoni (che la Galleria Giovanni Bonelli ha scelto, insieme a Enrico Minguzzi e Fulvio Di Piazza): la loro torta – anche in caso di matrimonio, quello da cui siamo partiti – è servita.
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