Ha aperto Paris Internationale Milano: la fiera in cui l’arte si prende il suo tempo

di - 17 Aprile 2026

Paris Internationale, ma a Milano. Apre le porte a Palazzo Galbani la fiera nomade parigina (18-21 aprile), nelle settimane più calde del calendario dell’arte di Milano. Ma non si sovrappone, anzi, crea spazio, e nuovo ritmo, riflessione, possibilità di sedimentazione: ne parliamo con la direttrice Silvia Ammon.

Prima domanda d’obbligo: perché Milano? E perché proprio adesso?
«Da tempo Milano era presente nelle nostre conversazioni. Diverse delle gallerie fondatrici hanno legami profondi con la città, e Milano ha sempre avuto un ecosistema molto particolare: una forte cultura del collezionismo, una lunga tradizione nell’arte contemporanea e una prossimità unica tra arte, design, architettura e produzione. Negli ultimi anni, è diventata sempre più internazionale, con nuove gallerie, iniziative e una comunità di collezionisti in crescita. La Milano Art Week e il Salone del Mobile poi creano una straordinaria energia creativa. Paris Internationale si è sempre posizionata all’incrocio tra sperimentazione artistica e scambio culturale: questo è sembrato il contesto giusto e il momento giusto».

Tra nuove aperture e nuove iniziative, la geografia artistica della città ha un profilo sempre più marcatamente internazionale. Come si è trasformato, di pari passo, l’identikit dei collezionisti?
«Molti dei grandi collezionisti che hanno plasmato l’ecosistema dell’arte contemporanea negli ultimi decenni si stanno gradualmente facendo da parte, e c’è una certa incertezza su come sarà la prossima generazione. Milano è interessante sotto questo aspetto: ha una lunga tradizione di collezionisti seri, spesso legati al design, all’architettura e all’industria. Insieme a loro, emerge una nuova generazione i cui interessi si muovono tra le discipline e che è attratta dalla scoperta, dalla sperimentazione. Paris Internationale risponde bene a questo tipo di curiosità, privilegiando presentazioni mirate dove i collezionisti possono dedicare tempo alle opere e intrattenere conversazioni più approfondite con le gallerie».

SAGG Napoli, Vita e Vito, 2025 3D printed FDM, epoxy resin, nail polish, glass, polyehtylene
110 × 60 × 27 cm, Variable ropes height
Edition of 1/2

È da sempre una fiera iper-curata, in effetti, quasi una “anti fiera” per formato e atmosfera. Come declinate il format parigino nella nuova destinazione meneghina?
«Le linee guida restano le stesse: una selezione rigorosa, un numero volutamente limitato di gallerie e una certa enfasi su presentazioni simili a mostre. Altrettanto importanti sono i princìpi che hanno plasmato Paris Internationale: mantenere i costi di partecipazione accessibili per le gallerie, garantire l’ingresso gratuito per i visitatori e sviluppare un solido programma pubblico di talk, performance e visite guidate. Piuttosto che replicare l’edizione parigina, il capitolo milanese adatta il formato a un contesto diverso. Milano ha un ritmo particolare, modellato dal design, dall’architettura e dalla produzione, e questa prossimità tra discipline influenza inevitabilmente il modo in cui le opere vengono vissute».

E rispetto all’ecosistema già esistente, invece? Come vi inserite senza entrare in competizione diretta?
«Fin dall’inizio, la nostra intenzione è stata quella di posizionare Paris Internationale come una piattaforma complementare. Operiamo su una scala volutamente umana, con una selezione curata, e mettiamo l’accento su presentazioni di tipo espositivo. Questo crea un’esperienza diversa rispetto alle grandi fiere: i visitatori tendono a restare più a lungo e le opere possono essere osservate con maggiore attenzione. Un altro elemento importante è il dialogo multigenerazionale: spazi emergenti e gallerie più affermate sono presentati sullo stesso piano, creando un ambiente in cui scoperta e continuità coesistono».

Soffermiamoci ancora su questo punto, la coesistenza di players locali e internazionali: in una manciata di settimane in cui tutto accade simultaneamente, il rischio è che nulla venga davvero sedimentato. Qual è la chiave per arricchire davvero visitatori e collezionisti, già sovraccarichi di input, e in un contesto già potenzialmente saturo?
«Questo è esattamente il motivo per cui Paris Internationale rimane così intenzionalmente focalizzata. Durante le settimane dell’arte, i visitatori sono spesso sopraffatti dal numero di eventi e mostre. La nostra risposta non è aggiungere ulteriore volume, ma creare uno spazio in cui le persone possano rallentare. È proprio questa esperienza, questa attenzione, che permette alle scoperte di risuonare».

Ibuki Inoue, Honeymoon, 2026 Oil on canvas, 181x227cm Courtesy the Artist and Ciaccia Levi, Paris/Milan

Sono 34 le gallerie che partecipano alla prima edizione. Quali criteri hanno guidato la selezione?
«Innanzitutto, cerchiamo gallerie con un programma forte e coerente – gallerie che accompagnano gli artisti nel lungo periodo e che svolgono un ruolo culturale attivo nei loro ecosistemi locali. In secondo luogo, privilegiamo progetti concepiti come proposte curatoriali (alle gallerie viene chiesto di presentare mostre personali o a due artisti, non si tratta di un catalogo di pezzi non correlati). E per finire, puntiamo a mantenere un equilibrio tra gallerie emergenti e affermate, creando un dialogo multigenerazionale che rifletta la complessità della produzione artistica contemporanea».

Può anticipare alcune delle opere esposte?
«Le presentazioni rifletteranno la diversità di generazioni e pratiche artistiche che definiscono Paris Internationale, che riunisce membri storici della comunità di Paris Internationale come Ciaccia Levi (Paris/Milan), Crèvecœur (Paris), Deborah Schamoni (Munich), Gregor Staiger (Zurich/Milan), Stereo (Warsaw) e Veda (Milan), così come nuovi ingressi tra cui Emanuela Campoli (Paris/Milan), Jocelyn Wolff (Paris), Luisa Delle Piane (Milan) e Sylvia Kouvali (London/Piraeus). Diverse gallerie porteranno opere di figure di primo piano – da Leonora Carrington e David Medalla a Robert Mapplethorpe, Olivier Mosset, Gaetano Pesce, Lee Scratch Perry, Caroline Bachmann e Nicole Wermers. Accanto ai nomi storici, anche una nuova generazione di artisti, tra cui Inès Di Folco Jemni, Anthea Hamilton, Ibuki Inoue, Thomas Kręcicki e Lou Masduraud. La scena italiana sarà fortemente rappresentata, con artisti come Benni Bosetto, Ambra Castagnetti, Anna Franceschini, Luca Monterastelli e Dominique White».

Per finire: Milano è l’inizio di un’espansione del “brand” Paris Internationale?
«Tendiamo a evitare di pensare a Paris Internationale come a un brand nel senso convenzionale. Quando la fiera è stata fondata nel 2015, è nata da un desiderio di proporre un modello alternativo: indipendente, collaborativo, a misura d’uomo. Una fiera creata dalle gallerie per le gallerie, costruita su principi di collegialità, inclusività, sperimentazione e accessibilità, e con l’ambizione di mettere gli artisti e gli incontri al centro. L’edizione milanese segna l’apertura di un nuovo capitolo, dimostra che questo modello può risuonare anche fuori Parigi. Ma l’ambizione non è moltiplicare le edizioni ovunque: ciò che conta è trovare i contesti in cui questa visione possa avere senso».

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