Nicolas Party and Sonia Kacem presented by Gregor Staiger, Zurich/Milan at Paris Internationale 2016 copyright Aurelien Mole
Paris Internationale, ma a Milano. Apre le porte a Palazzo Galbani la fiera nomade parigina (18-21 aprile), nelle settimane più calde del calendario dell’arte di Milano. Ma non si sovrappone, anzi, crea spazio, e nuovo ritmo, riflessione, possibilità di sedimentazione: ne parliamo con la direttrice Silvia Ammon.
Prima domanda d’obbligo: perché Milano? E perché proprio adesso?
«Da tempo Milano era presente nelle nostre conversazioni. Diverse delle gallerie fondatrici hanno legami profondi con la città, e Milano ha sempre avuto un ecosistema molto particolare: una forte cultura del collezionismo, una lunga tradizione nell’arte contemporanea e una prossimità unica tra arte, design, architettura e produzione. Negli ultimi anni, è diventata sempre più internazionale, con nuove gallerie, iniziative e una comunità di collezionisti in crescita. La Milano Art Week e il Salone del Mobile poi creano una straordinaria energia creativa. Paris Internationale si è sempre posizionata all’incrocio tra sperimentazione artistica e scambio culturale: questo è sembrato il contesto giusto e il momento giusto».
Tra nuove aperture e nuove iniziative, la geografia artistica della città ha un profilo sempre più marcatamente internazionale. Come si è trasformato, di pari passo, l’identikit dei collezionisti?
«Molti dei grandi collezionisti che hanno plasmato l’ecosistema dell’arte contemporanea negli ultimi decenni si stanno gradualmente facendo da parte, e c’è una certa incertezza su come sarà la prossima generazione. Milano è interessante sotto questo aspetto: ha una lunga tradizione di collezionisti seri, spesso legati al design, all’architettura e all’industria. Insieme a loro, emerge una nuova generazione i cui interessi si muovono tra le discipline e che è attratta dalla scoperta, dalla sperimentazione. Paris Internationale risponde bene a questo tipo di curiosità, privilegiando presentazioni mirate dove i collezionisti possono dedicare tempo alle opere e intrattenere conversazioni più approfondite con le gallerie».
È da sempre una fiera iper-curata, in effetti, quasi una “anti fiera” per formato e atmosfera. Come declinate il format parigino nella nuova destinazione meneghina?
«Le linee guida restano le stesse: una selezione rigorosa, un numero volutamente limitato di gallerie e una certa enfasi su presentazioni simili a mostre. Altrettanto importanti sono i princìpi che hanno plasmato Paris Internationale: mantenere i costi di partecipazione accessibili per le gallerie, garantire l’ingresso gratuito per i visitatori e sviluppare un solido programma pubblico di talk, performance e visite guidate. Piuttosto che replicare l’edizione parigina, il capitolo milanese adatta il formato a un contesto diverso. Milano ha un ritmo particolare, modellato dal design, dall’architettura e dalla produzione, e questa prossimità tra discipline influenza inevitabilmente il modo in cui le opere vengono vissute».
E rispetto all’ecosistema già esistente, invece? Come vi inserite senza entrare in competizione diretta?
«Fin dall’inizio, la nostra intenzione è stata quella di posizionare Paris Internationale come una piattaforma complementare. Operiamo su una scala volutamente umana, con una selezione curata, e mettiamo l’accento su presentazioni di tipo espositivo. Questo crea un’esperienza diversa rispetto alle grandi fiere: i visitatori tendono a restare più a lungo e le opere possono essere osservate con maggiore attenzione. Un altro elemento importante è il dialogo multigenerazionale: spazi emergenti e gallerie più affermate sono presentati sullo stesso piano, creando un ambiente in cui scoperta e continuità coesistono».
Soffermiamoci ancora su questo punto, la coesistenza di players locali e internazionali: in una manciata di settimane in cui tutto accade simultaneamente, il rischio è che nulla venga davvero sedimentato. Qual è la chiave per arricchire davvero visitatori e collezionisti, già sovraccarichi di input, e in un contesto già potenzialmente saturo?
«Questo è esattamente il motivo per cui Paris Internationale rimane così intenzionalmente focalizzata. Durante le settimane dell’arte, i visitatori sono spesso sopraffatti dal numero di eventi e mostre. La nostra risposta non è aggiungere ulteriore volume, ma creare uno spazio in cui le persone possano rallentare. È proprio questa esperienza, questa attenzione, che permette alle scoperte di risuonare».
Sono 34 le gallerie che partecipano alla prima edizione. Quali criteri hanno guidato la selezione?
«Innanzitutto, cerchiamo gallerie con un programma forte e coerente – gallerie che accompagnano gli artisti nel lungo periodo e che svolgono un ruolo culturale attivo nei loro ecosistemi locali. In secondo luogo, privilegiamo progetti concepiti come proposte curatoriali (alle gallerie viene chiesto di presentare mostre personali o a due artisti, non si tratta di un catalogo di pezzi non correlati). E per finire, puntiamo a mantenere un equilibrio tra gallerie emergenti e affermate, creando un dialogo multigenerazionale che rifletta la complessità della produzione artistica contemporanea».
Può anticipare alcune delle opere esposte?
«Le presentazioni rifletteranno la diversità di generazioni e pratiche artistiche che definiscono Paris Internationale, che riunisce membri storici della comunità di Paris Internationale come Ciaccia Levi (Paris/Milan), Crèvecœur (Paris), Deborah Schamoni (Munich), Gregor Staiger (Zurich/Milan), Stereo (Warsaw) e Veda (Milan), così come nuovi ingressi tra cui Emanuela Campoli (Paris/Milan), Jocelyn Wolff (Paris), Luisa Delle Piane (Milan) e Sylvia Kouvali (London/Piraeus). Diverse gallerie porteranno opere di figure di primo piano – da Leonora Carrington e David Medalla a Robert Mapplethorpe, Olivier Mosset, Gaetano Pesce, Lee Scratch Perry, Caroline Bachmann e Nicole Wermers. Accanto ai nomi storici, anche una nuova generazione di artisti, tra cui Inès Di Folco Jemni, Anthea Hamilton, Ibuki Inoue, Thomas Kręcicki e Lou Masduraud. La scena italiana sarà fortemente rappresentata, con artisti come Benni Bosetto, Ambra Castagnetti, Anna Franceschini, Luca Monterastelli e Dominique White».
Per finire: Milano è l’inizio di un’espansione del “brand” Paris Internationale?
«Tendiamo a evitare di pensare a Paris Internationale come a un brand nel senso convenzionale. Quando la fiera è stata fondata nel 2015, è nata da un desiderio di proporre un modello alternativo: indipendente, collaborativo, a misura d’uomo. Una fiera creata dalle gallerie per le gallerie, costruita su principi di collegialità, inclusività, sperimentazione e accessibilità, e con l’ambizione di mettere gli artisti e gli incontri al centro. L’edizione milanese segna l’apertura di un nuovo capitolo, dimostra che questo modello può risuonare anche fuori Parigi. Ma l’ambizione non è moltiplicare le edizioni ovunque: ciò che conta è trovare i contesti in cui questa visione possa avere senso».
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