Nervosismo nei vecchi fan e spaesamento in quelli nuovi. Queste sensazioni suscita, nei suoi spettatori, il “Cowboy Bebop” di André Nemec, d’altronde, chi ne ha viste un po’ sa che è difficile che una Netflix adaptation possa raggiungere standard elevati (“Dragon Ball” e “Death Note” docent) e quando si parla di un anime che ha gettato le basi della storia dell’animazione giapponese è fuori discussione che il compito sarebbe stato oneroso per chiunque.
Tante, quindi, erano le perplessità riguardo a questo nuovo progetto ma altrettante erano le aspettative e, a giudicare dal più che sufficiente minutaggio in CGI di discreto livello, anche i mezzi a disposizione sembravano considerevoli. Cos’è che non va, allora, nel live-action di “Cowboy Bebop”? Perché, in ultima analisi, lascia a malapena un ricordo, se non addirittura di disappunto, in chi lo guardi?
Infedele al progetto originario come un lanzichenecco? Non è di certo un problema. Rivendicare un certo purismo è tutt’al più sintomo di quel bieco integralismo nostalgico che ci induce ad avere un buon ricordo di indecenze come “Fantaghirò”, “He-Man”, Berlusconi, solo perché percepiti per la prima volta durante momenti spensierati della propria gioventù. Il vero problema è che, in realtà, questo nuova serie è più che altro un mischione poco armonico di chicche tratte dall’anime originale e fillerate maledette, scenografie (solo in interna) di un certo livello e costumi ingessati, finti, patinati fino alla nausea, buone interpretazioni dei tre comprimari e recitazione imbarazzante degli antagonisti.
I dialoghi, poi, sono strappati a forza dall’anime e inseriti in modo tale da rendere i personaggi sfaccettati come un foglio A4. La regia è sì moderna, dinamica, ma senz’anima, rigida interprete degli ultimi dettami estetici Marvel-Disney e l’incolmabile distanza che inevitabilmente si traccia con il lavoro di Shin’ichirō Watanabe, la differenza fra un’opera pionieristica, accurata, affascinante, e la pallida imitazione di questa, impone un giudizio tutt’altro che positivo. John Cho (Spike Spiegel), Mustafa Shakir (Jet Black) e Daniella Pineda (Faye Valentine) fanno del loro meglio con una buona recitazione, ma a fargli da contraltare c’è un Axen Hassel (Vicious) spesso imbarazzante ed una Elena Satine (Julia) abbastanza anonima.
L’improbabile finale di stagione e il breve cammeo di Ed negli ultimi fotogrammi (comprimaria fondamentale nell’opera del ‘98) lasciano presupporre che ci verrà inflitta una seconda stagione. L’augurio allora è che, eccezion fatta per i tre protagonisti, vengano sostituiti con professionisti più adeguati gran parte del cast e del set.
Cosa resta di una performance? A porre la domanda, e a darne la risposta, è la stessa direttrice Elsa Barbieri,…
Alla Fondazione Sassi di Matera, una mostra mette in dialogo Salvador Dalí e Alessandro Valeri: due Visioni del Mediterraneo, tra…
Durante la settimana inaugurale della Biennale di Venezia, la camera dell'Hotel Metropole dove Freud scrisse L'interpretazione dei sogni ospiterà una…
Con un progetto pop up di dieci giorni, Spazio Morgagni porta Man Ray in un caratteristico barbiere milanese degli anni…
A cosa pensiamo quando parliamo di “smart agriculture”? L’indagine dell’artista cinese esplora i cambiamenti in atto nel rapporto tra lavoro…
Il Turner Prize 2026 annuncia i quattro finalisti: Simeon Barclay, Kira Freije, Marguerite Humeau e Tanoa Sasraku. La mostra al…