Domingo Milella, Cheope e Chefren, Egitto, 2009
Contemporanei antichi: così si definiscono Fabio Barile e Domingo Milella, i due fotografi protagonisti dell’interessante mostra “Le forme del tempo”, curata da Alessandro Dandini de Sylva e aperta al Museo delle Terme di Diocleziano fino al 31 luglio. Un progetto legato al dialogo tra diverse forme di archeologia, che arriva a Roma dopo due tappe a Pesaro – prima al Centro Arti Visive Pescheria e poi alla Sinagoga – per dare vita ogni volta ad una riflessione sul rapporto tra memoria, tempo ed immagine.
All’interno del monumentale complesso romano, la mostra si basa sul dialogo tra “le archeologie del paesaggio di Fabio e le archeologie del linguaggio di Domingo insieme alle schegge di tempo riportate alla luce dai magazzini del museo”, sottolinea il curatore. Il percorso espositivo, scandito da un allestimento minimale composto da grandi pannelli rettangolari color celestino, comincia quasi in sordina, con Studio sulla formazione delle dune (2016), un’immagine di medio formato in bianco e nero di Fabio Barile, quasi a fare da contrappunto con Cheope e Chefren (2009) di Domingo Milella, dove le piramidi si stagliano dietro ad una cortina di palazzoni.
Un contrasto tra le forme geologiche indagate da Barile e i paesaggi archeologici mediorientali di Milella, colti in una dimensione romantica, vicina ai dipinti di Caspar David Friedrich e agli scatti del tedesco Axel Hutte, allievo di Bernt e Hilla Becher. Tra le sei grandi foto esposte alle Terme, spiccano per intensità Nemrut Dagi (2013), scattata in Anatolia presso il mausoleo del re Antioco di Commagena, uno dei siti più misteriosi del mondo, e Kizildag, monunento di Hartapu (2013) sempre in Turchia. Diverse e forse meno spettacolari le opere di Fabio Barile, interessato alla dimensione geologica dell’ ambiente, come si vede in Arco in roccia calcarea, Sopramonte (2019), che sembrano rendere meglio la loro natura concettuale nel bianco e nero, che ne esalta il valore analitico, come si vede in Affioramento dolomitico nell’altopiano di Campo Imperatore (2015).
Il dialogo tra i due fotografi è di natura simbolica, in quanto “il paesaggio non si esaurisce in un luogo ma rappresenta un’immensa stratificazione di idee”, sottolinea Barile. Una vocazione sottolineata dalla presenza di tre reperti archeologici, selezionati all’interno dei depositi dal direttore del museo Stéphane Verger, in qualità di testimonianze degli stessi processi geologici protagonisti delle immagini fotografiche. In conclusione la mostra riunisce 14 opere in un discorso serrato e puntuale, che propone un modello espositivo originale ed innovativo, pur nella sua impaginazione classica, quasi ad indicare un percorso verso “un’archeologia artistica del terzo millennio, ancora tutta da inventare” suggerisce Verger.
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