Categorie: Fotografia

Oltre il reportage: Francesco Jodice racconta l’anima dell’Oasi Zegna attraverso una rilettura poetica dei luoghi

di - 13 Luglio 2025

«C’è una cura del mondo a partire dalla sua rappresentazione».

È uno dei punti fermi nelle riflessioni sul paesaggio di Luigi Ghirri. E Francesco Jodice aderisce a questo pensiero nel progetto realizzato per la Fondazione Zegna, esposto a Casa Zegna a Trivero Valdilana, in provincia di Biella, fino al 12 novembre. Curato da Ilaria Bonacossa, Racconto di boschi, di fabbriche, di persone è un’altra tappa della riflessione sull’identità storica e ambientale di Oasi Zegna, un parco montano che circonda il Lanificio Ermenegildo Zegna, in cui si intrecciano attività produttive, cura della natura circostante e vita della comunità.


Un lavoro nelle corde di Jodice, che si dedica all’indagine sul paesaggio e i suoi mutamenti
economici e sociali con la sua ricerca artistica e personale. Tra i suoi lavori più rappresentativi ci sono What We Want, un suo personalissimo atlante fotografico sulle trasformazioni del paesaggio nel mondo; The Secret Traces, e Citytellers, una trilogia dedicata alle nuove forme di città. I lavori più recenti, tra cui Atlante, American Recordings, Rivoluzioni e West, cercano di tracciare un possibile futuro dell’Occidente.

Anche con Racconti di boschi, di fabbriche, di persone non c’è da aspettarsi un reportage. «Il lavoro è stato realizzato come un artista perché c’è una rilettura di questo luogo con uno sguardo legato alla propria storia di fotografo e alla sua poetica», come ha detto la curatrice Ilaria Bonacossa. Qui la pratica fotografica di Francesco Jodice, in dialogo con quella di Sara Gentile, ha affrontato il compito di illustrare una comunità, la natura con cui convive e il lavoro come anima del territorio. «C’è un felice disequilibrio che li tiene legati. E così abbiamo deciso di non fare tre progetti, ma uno solo: la nostra storia si evolve con fabbriche, boschi e persone che interagiscono. Anche se sembrano foto “isolate” che affrontano i temi specifici, c’è un particolare che le unisce». È evidente in alcune immagini esposte, come lo scatto che mostra l’interno della fabbrica dalla cui finestra appare la corona di monti che la circonda. O ancora una tra le più astratte, che immortala una sorta di «scultura concettuale»: su una roccia al limite di un pendio che si affaccia su un panorama dove si indovina il profilo delle montagne, c’è un gomitolo colorato posato sopra. Natura e lavoro sono insieme. Così come l’ultima che si incontra in esposizione, uno scatto che si sviluppa su tre livelli orizzontali: la fabbrica, l’arte e le montagne.

Racconti di boschi, di fabbriche, di persone è anche una mostra che si configura come un’opera aperta (Umberto Eco docet), dove lo spettatore è ipotizzato nel progetto. A partire dalla prima foto che accoglie chi entra: è una sorta di belvedere con uno sgabello che si affaccia sul vuoto bianco delle nuvole. Un invito a scrivere il proprio racconto a chi inizia il viaggio di scoperta della rappresentazione di un luogo abitato da tre generazioni che lo hanno curato e lo conservano ancora come un tesoro: «Nessuno c’è e allora ci siamo stati noi e ora voi», aggiunge Jodice.
Il lavoro è il primo tema che incontriamo, dove convivono le immagini concettuali della fabbrica: uno scatto dove una sorta di lungo corridoio ci conduce dentro i macchinari. Di fronte, gli scatti del passato realizzati dal padre di Michelangelo Pistoletto, Ettore, che rappresentano gli edifici e la mappa che indica dove si trovino. Un dentro e fuori in dialogo a sancire una continuità temporale che è uno dei capisaldi della storia Zegna. «È la “trama del reale” – come la definisce Jodice – che si snoda intorno a un luogo ancorato alla tradizione, ma al contemporaneo, capace di trasformazioni continue; diventa strumento per esplorare identità, radici e cambiamento».


Il tema della natura trova spazio nelle immagini della montagna e dei boschi, che sono diventati qui un paesaggio della mente. Astratti e geometrici. «Io voglio invitare lo spettatore a non dare una risposta semplificata della realtà, ma ad applicare un osservatorio sistemico che amplia la possibilità di comprensione. Perché l’arte ci aiuta alla costruzione del dubbio, delle nostre domande».
Ed ecco 24 immagini che sono tante pagine del piccolo ma intenso album. In mezzo c’è la
comunità, dove l’indagine sulla memoria collettiva si esplicita attraverso i ritratti di classe ispirati alle fotografie storiche di fine anno che riflettono il passaggio generazionale. «Ho ricreato quella che era la foto di classe che ora non c’è più. È un progetto che sto svolgendo da tempo. La caratteristica qui in particolare è che i ragazzi non sorridono».

Il lavoro di Francesco Jodice si colloca a quasi vent’anni dal lavoro che Mimmo Jodice ha condotto (nel 2008) sullo stesso territorio, per ritrarre i paesaggi dell’Oasi e gli interni del Lanificio Ermenegildo Zegna. Esiste nella continuità, come senso di naturale evoluzione nel segno di una linea per il futuro che la Fondazione Zegna persegue, e cioè che dobbiamo prenderci cura degli umani e prenderci cura della terra se vogliamo parlare di contemporaneità e per la contemporaneità.
Non a caso ha avviato l’iniziativa che prevede un piano decennale di rigenerazione ambientale, che ha visto il coinvolgimento di diversi artisti, chiamati a interpretare il paesaggio e le sue trasformazioni (Laura Pugno, 2021; Emilio Vavarella, 2022; Roberto Coda Zabetta, 2023; Rebecca Moccia, 2024). È stato messo in atto il rinnovo boschivo Zegna Forest. «Sono stati rinnovati 6 ettari di bosco. Per sostituire con piante più resilienti al cambiamento climatico», conclude Anna Zegna.

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