Erika Pellicci, Angela compra le sigarette, 2015-2025, stampa fotografica su carta Hahnemüle, dibond, 100x150cm, courtesy Galleria ME Vannucci
«Oggi sei mio ospite. Ospite nella mia intimità». Con questa frase Erika Pellicci mi introduce la sua mostra personale dal titolo mi piacerebbe rimanere qui un po’ più a lungo, accompagnata da un testo di Moira Ricci presso la Galleria ME Vannucci di Pistoia. E per quanto possa apparire ambigua come frase, ritengo sia paradigmatica per raccontare il lavoro dell’artista. Quanto si parla d’arte in prima persona, con senso di vicinanza, di contatto? Quanta intimità creiamo tra noi e l’opera d’arte? Quanta ne creiamo tra noi e gli altri?
La mostra di Pellicci, visitabile fino al 16 febbraio 2026, formula uno stato sensuale di intimità con i differenti piani della vita dell’artista, lanciando già dal titolo una dichiarazione che parla di intesa e vicinanza proprio con noi che ne siamo fruitori. Non si tratta di un luogo e un momento proibito, esclusivo – come si potrebbe pensare – tra due amanti, bensì un’intimità donata, in cui il senso della condivisione è il rispetto verso il corpo, verso gli attimi bizzarri e poetici della vita, verso una buona colazione o verso un contatto sempre più ridotto con la natura. Attraverso la fotografia Erika Pellicci firma un accordo con il nostro sguardo, un accordo di riservatezza, di esclusività, in cui è impossibile non percepire il calore di una stanza e gli odori che in essa si condensano, dove ogni imbarazzo viene abbattuto per preservare la purezza, senza doppi fini, dello stare in intimità.
Tre grandi bandiere, leggere, danzanti al minimo passaggio d’aria, costruiscono uno stato suggerito di voyeurismo, immediatamente infranto dalle venti fotografie provenienti dall’interminabile archivio dell’intimità dell’artista, impegnata quotidianamente a raccontare il lato intimo e privato dei luoghi in cui abita, delle sue relazioni sentimentali e del proprio corpo. Si tratta infatti di immagini che non si fanno sbirciare, ma che si dichiarano apertamente, che si realizzano per noi, rendendoci presenti e in ascolto e concedendoci di stare in presenza delle vulnerabilità che non sentono il bisogno di celarsi.
Gioco e cibo, natura e ambienti domestici, sensualità e corpo, diventano i paradigmi di una biografia fotografica che conserva memorie condivise con l’estraneo, noi, intimi con l’artista, partecipi del suo silenzio e dei suoi respiri, dei vuoti e dei pieni di una camera condivisa; un luogo in cui l’intimità ha una porta d’accesso agevole, dove risiedono atmosfere delicate e pure, dove idealmente a noi piacerebbe rimanere un po’ più a lungo.
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