Categorie: Fotografia

West, terra di miti e contraddizioni: a Milano un viaggio fotografico nella storia del sogno americano

di - 28 Marzo 2026

L’America occidentale, vasto territorio che per generazioni ha nutrito immaginari, sogni e speranze, rimane ancora oggi un crocevia di storie e destini intrecciati. Qui si incontrano il desiderio di cambiamento e le tensioni profonde di una terra che alterna l’illusione della libertà a realtà spesso implacabili. L’Ovest si rivela così promessa e contraddizione: un luogo concreto e simbolico. Da sempre fonte di fascino e confronto, continua a riflettere le questioni più urgenti della società contemporanea, sospeso tra mito, storia e un presente tutto da interpretare.

Da queste premesse si sviluppa la mostra fotografica New American West: Photography in Conversation, un progetto che attraversa idealmente i deserti del New Mexico, le montagne del Wyoming e le coste della California, tracciando una geografia tanto fisica quanto immaginaria. L’esposizione, negli spazi della Galleria 10 Corso Como di Milano, ripercorre l’evoluzione dell’idea dell’American West dall’inizio del Novecento a oggi, ed è curata da Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg e Carrie Scott.

Alexei Riboud Car wreck, Shafter Ghost Town, Texas, USA, 2024

Fulcro del percorso espositivo è il dialogo tra gli scatti di Maryam Eisler e Alexei Riboud. Nel 2024 i due artisti hanno intrapreso un viaggio attraverso Texas, New Mexico, Arizona e Utah, lavorando fianco a fianco ma senza mai confrontarsi direttamente. Attraversando gli stessi luoghi in modo indipendente, hanno dato vita a visioni radicalmente diverse, qui messe in relazione. Le loro fotografie si dispongono così in un confronto aperto: da un lato gli scatti di Eisler, caratterizzati da un linguaggio visivo cinematografico, intuitivo ed emotivo, fatto di colori saturi e vivaci; dall’altro le immagini di Riboud, più essenziali e contemplative, costruite su tonalità polverose e su uno sguardo attento alla struttura architettonica e al dettaglio.

Il dialogo tra i due autori si sviluppa lungo l’intero percorso, arricchendosi continuamente attraverso il confronto con le opere di alcuni tra i più importanti maestri della fotografia americana, creando così una narrazione plurale e stratificata che attraversa epoche e sensibilità differenti. Infatti, accanto ai lavori di Eisler e Riboud, la mostra presenta opere storiche provenienti dall’archivio della Howard Greenberg Gallery, tra cui fotografie di Ansel Adams, Diane Arbus, Joel Meyerowitz, Arnold Newman e molti altri. L’allestimento, pensato su misura per gli ambienti della galleria, valorizza con eleganza le corrispondenze e i rimandi visivi tra le opere in mostra, creando un intreccio di suggestioni capace di guidare lo spettatore in un percorso immersivo.

Edward Weston Dunes, Oceano, 1936

Tra i soggetti più emblematici emerge il paesaggio urbano dell’Ovest, reso unico dalla presenza di scritte e insegne pubblicitarie che ne definiscono il profilo visivo e ne consolidano l’identità. Un tratto già evidente negli scatti degli anni Quaranta, come quelli di Arthur Rothstein. Ampio spazio è riservato anche ai grandiosi scenari naturali che popolano l’immaginario collettivo e che, talvolta, si caricano di una valenza astratta: colline che si piegano in superfici morbide, orizzonti che si allungano all’infinito. Il paesaggio si trasforma così in una vera e propria “epidermide”, capace di restituire emozioni profonde come solitudine, silenzio e malinconia.

Edward Weston, ad esempio, trasforma le dune in forme pure modellate dalla luce, eliminando ogni elemento superfluo per concentrarsi sulla struttura del paesaggio, dove natura e astrazione coincidono. Risultati altrettanto incisivi emergono nelle fotografie di Eisler che ritraggono il deserto del New Mexico: qui la sua cifra cinematografica e la vibrante saturazione cromatica elevano il paesaggio a dimensione sospesa, quasi onirica, dove il confine tra sogno e realtà si fa sottile. In Riboud, invece, la plasticità del deserto si traduce in un intenso dialogo tra luce e ombra; grazie a una meticolosa attenzione alla resa delle texture sabbiose, la fotografia supera la mera documentazione per diventare autentico studio formale e contemplativo.

Esther Bubley At the local amateur rodeo, Tomball, Texas, April 1945

In New American West: Photography in Conversation la presenza umana emergere prepotentemente come autentica protagonista: una forza viva che continua a modellare questi luoghi, imprimendo su di essi tracce indelebili di storie, relazioni e identità. Una sequenza di fotografie rievoca il mito eterno del cowboy, che con i suoi inconfondibili simboli – il cappello a tesa larga, gli stivali consumati, le cinture ornate da vistose fibbie – diventa una vera e propria “icona”, capace di incarnare lo spirito e le contraddizioni dell’Ovest americano, attraversando tempi e generazioni, e restituendo all’immaginario collettivo una figura che continua a rinnovarsi senza perdere il suo “fascino”. Accanto a queste immagini, si distinguono i ritratti dei nativi americani, scatti che non si limitano a rappresentare volti o tradizioni, ma penetrano in profondità nei vissuti, mettendo in luce storie di resilienza, identità e memoria. Così, la presenza dei nativi diventa l’altra faccia della medaglia: un contrappunto essenziale che invita lo spettatore a riflettere sulle molteplici dimensioni dell’Ovest americano, andando oltre gli stereotipi per abbracciare una narrazione più autentica e sfaccettata.

Mark Citret US 50 Near Eureka, Nevada, 2002

Il mito del West trova una sintesi intensa nella fotografia scattata da Bruce Davidson sul set de Gli spostati (1961): un’immagine carica di presagi, in cui Marilyn Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift incarnano il “requiem” della frontiera. Qui l’American West cessa di essere epopea di conquista e diventa scenario di una crisi identitaria profonda. I pionieri si trasformano in figure marginali, anacronistiche, incapaci di trovare spazio in un’America lanciata verso la modernità. A questo West malinconico e disilluso si contrappongono altre visioni della West Coast: la quotidianità rassicurante delle famiglie in roulotte tra le sequoie dello Yosemite, o l’energia libera e provocatoria dei club di San Francisco alla fine degli anni Sessanta. Eppure, tra il divismo delle icone e il fermento urbano, persiste un senso di vuoto, visibile negli interni abbandonati delle aree rurali del Texas, immagini che restituiscono una sospensione quasi spettrale.

Nel complesso, New American West: Photography in Conversation offre un ritratto stratificato e sincero dell’America contemporanea, costruito attraverso il dialogo tra passato e presente, tra visioni diverse e complementari. Non si tratta soltanto del confronto tra due fotografi, ma di un racconto corale che intreccia memorie, miti e trasformazioni. Un viaggio visivo e concettuale in cui il pubblico è chiamato a interrogarsi non solo su ciò che l’Ovest è stato, ma su ciò che continua a rappresentare oggi: un orizzonte aperto, ancora carico di promesse e contraddizioni.

L’America occidentale, vasto territorio che per generazioni ha nutrito immaginari, sogni e speranze, rimane ancora oggi un crocevia di storie e destini intrecciati. Qui si incontrano il desiderio di cambiamento e le tensioni profonde di una terra che alterna l’illusione della libertà a realtà spesso implacabili. L’Ovest si rivela così promessa e contraddizione: un luogo concreto e simbolico. Da sempre fonte di fascino e confronto, continua a riflettere le questioni più urgenti della società contemporanea, sospeso tra mito, storia e un presente tutto da interpretare.

Wim Wenders Entire Family, Las Vegas, New Mexico, from the series, Written in the West, 1983

Da queste premesse si sviluppa la mostra fotografica New American West: Photography in Conversation, un progetto che attraversa idealmente i deserti del New Mexico, le montagne del Wyoming e le coste della California, tracciando una geografia tanto fisica quanto immaginaria. L’esposizione, negli spazi della Galleria 10 Corso Como di Milano, ripercorre l’evoluzione dell’idea dell’American West dall’inizio del Novecento a oggi, ed è curata da Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg e Carrie Scott.

Fulcro del percorso espositivo è il dialogo tra gli scatti di Maryam Eisler e Alexei Riboud. Nel 2024 i due artisti hanno intrapreso un viaggio attraverso Texas, New Mexico, Arizona e Utah, lavorando fianco a fianco ma senza mai confrontarsi direttamente. Attraversando gli stessi luoghi in modo indipendente, hanno dato vita a visioni radicalmente diverse, qui messe in relazione. Le loro fotografie si dispongono così in un confronto aperto: da un lato gli scatti di Eisler, caratterizzati da un linguaggio visivo cinematografico, intuitivo ed emotivo, fatto di colori saturi e vivaci; dall’altro le immagini di Riboud, più essenziali e contemplative, costruite su tonalità polverose e su uno sguardo attento alla struttura architettonica e al dettaglio.

Il dialogo tra i due autori si sviluppa lungo l’intero percorso, arricchendosi continuamente attraverso il confronto con le opere di alcuni tra i più importanti maestri della fotografia americana, creando così una narrazione plurale e stratificata che attraversa epoche e sensibilità differenti. Infatti, accanto ai lavori di Eisler e Riboud, la mostra presenta opere storiche provenienti dall’archivio della Howard Greenberg Gallery, tra cui fotografie di Ansel Adams, Diane Arbus, Joel Meyerowitz, Arnold Newman e molti altri. L’allestimento, pensato su misura per gli ambienti della galleria, valorizza con eleganza le corrispondenze e i rimandi visivi tra le opere in mostra, creando un intreccio di suggestioni capace di guidare lo spettatore in un percorso immersivo.

Tra i soggetti più emblematici emerge il paesaggio urbano dell’Ovest, reso unico dalla presenza di scritte e insegne pubblicitarie che ne definiscono il profilo visivo e ne consolidano l’identità. Un tratto già evidente negli scatti degli anni Quaranta, come quelli di Arthur Rothstein. Ampio spazio è riservato anche ai grandiosi scenari naturali che popolano l’immaginario collettivo e che, talvolta, si caricano di una valenza astratta: colline che si piegano in superfici morbide, orizzonti che si allungano all’infinito. Il paesaggio si trasforma così in una vera e propria “epidermide”, capace di restituire emozioni profonde come solitudine, silenzio e malinconia.

Maryam Eisler, The Texas, Marfa, Texas, USA, 2024

Edward Weston, ad esempio, trasforma le dune in forme pure modellate dalla luce, eliminando ogni elemento superfluo per concentrarsi sulla struttura del paesaggio, dove natura e astrazione coincidono. Risultati altrettanto incisivi emergono nelle fotografie di Eisler che ritraggono il deserto del New Mexico: qui la sua cifra cinematografica e la vibrante saturazione cromatica elevano il paesaggio a dimensione sospesa, quasi onirica, dove il confine tra sogno e realtà si fa sottile. In Riboud, invece, la plasticità del deserto si traduce in un intenso dialogo tra luce e ombra; grazie a una meticolosa attenzione alla resa delle texture sabbiose, la fotografia supera la mera documentazione per diventare autentico studio formale e contemplativo.

In New American West: Photography in Conversation la presenza umana emergere prepotentemente come autentica protagonista: una forza viva che continua a modellare questi luoghi, imprimendo su di essi tracce indelebili di storie, relazioni e identità. Una sequenza di fotografie rievoca il mito eterno del cowboy, che con i suoi inconfondibili simboli – il cappello a tesa larga, gli stivali consumati, le cinture ornate da vistose fibbie – diventa una vera e propria “icona”, capace di incarnare lo spirito e le contraddizioni dell’Ovest americano, attraversando tempi e generazioni, e restituendo all’immaginario collettivo una figura che continua a rinnovarsi senza perdere il suo “fascino”. Accanto a queste immagini, si distinguono i ritratti dei nativi americani, scatti che non si limitano a rappresentare volti o tradizioni, ma penetrano in profondità nei vissuti, mettendo in luce storie di resilienza, identità e memoria. Così, la presenza dei nativi diventa l’altra faccia della medaglia: un contrappunto essenziale che invita lo spettatore a riflettere sulle molteplici dimensioni dell’Ovest americano, andando oltre gli stereotipi per abbracciare una narrazione più autentica e sfaccettata.

10 Corso Como_The New American West_Maryam Eisler Moody Corridor at Night, The Hotel Paisano , Marfa, TX

Il mito del West trova una sintesi intensa nella fotografia scattata da Bruce Davidson sul set de Gli spostati (1961): un’immagine carica di presagi, in cui Marilyn Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift incarnano il “requiem” della frontiera. Qui l’American West cessa di essere epopea di conquista e diventa scenario di una crisi identitaria profonda. I pionieri si trasformano in figure marginali, anacronistiche, incapaci di trovare spazio in un’America lanciata verso la modernità. A questo West malinconico e disilluso si contrappongono altre visioni della West Coast: la quotidianità rassicurante delle famiglie in roulotte tra le sequoie dello Yosemite, o l’energia libera e provocatoria dei club di San Francisco alla fine degli anni Sessanta. Eppure, tra il divismo delle icone e il fermento urbano, persiste un senso di vuoto, visibile negli interni abbandonati delle aree rurali del Texas, immagini che restituiscono una sospensione quasi spettrale.

Nel complesso, New American West: Photography in Conversation offre un ritratto stratificato e sincero dell’America contemporanea, costruito attraverso il dialogo tra passato e presente, tra visioni diverse e complementari. Non si tratta soltanto del confronto tra due fotografi, ma di un racconto corale che intreccia memorie, miti e trasformazioni. Un viaggio visivo e concettuale in cui il pubblico è chiamato a interrogarsi non solo su ciò che l’Ovest è stato, ma su ciò che continua a rappresentare oggi: un orizzonte aperto, ancora carico di promesse e contraddizioni.

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