Talvolta gettare l’occhio sul passato può riservare sorprese. È questo il caso di Amedeo Gazzarri (1928-2003), protagonista di una personale con opere realizzate in un arco di tempo relativamente breve, durante gli anni Settanta. Una nutrita serie di disegni e sette sculture in bronzo degli anni in cui l’artista riprende l’antica vocazione scultorea, precedentemente abbandonata alla scuola fiorentina di Bruno Innocenti, per dedicarvisi completamente. Facendone forma espressiva privilegiata del suo sentire artistico.
Un nostalgico romanticismo guida Gazzarri alla definizione della forma. Una forma che sia in grado d’incarnare, assieme ad una bellezza idealizzata, le variazioni tonali di sentimenti vissuti con intima passione. Incapace di negare alla scultura l’assolutezza della sua completa ed altera plasticità, rende al contempo inavvertibile l’anatomia organica che l’ha presupposta, alterandone le proporzioni e i delicati equilibri, sublimandone i movimenti secondo prospettive deformanti. Il bronzo si fa materiale duttile e malleabile in grado di assecondarne il movimento centripeto: la forma può così chiudersi in sé stessa, inglobando e sostanziando lo spazio che la circonda, quasi a preservare l’indissolubilità dei vincoli affettivi che incarna. Ritroviamo dunque in Maternità (1977), in Abbracci (1976) e in Promesse (1977) quell’apparente dicotomia, propria della scultura del ventesimo secolo, di una forma che si rende pienamente avvertibile e conoscibile al tatto ma che sfugge all’intelletto, man mano che si allontana da ogni riferimento figurativo.
Un discorso a parte merita la produzione grafica. Prodotto artistico a sé stante (non necessariamente subordinato alla realizzazione plastica), presenta compiutamente le principali tematiche espressive che Gazzarri affronta nel suo percorso artistico. Qui l’artista abbandona ogni lirico compiacimento della forma adottando un grafismo che nel suo proliferarsi nervoso traccia solo la scarna essenza delle anatomie umane che sottintende.
Intelligente la collocazione dei disegni sulla parete, che non segue alcuna coordinata spaziale, quasi ad occupare completamente lo spazio, soluzione allestitiva che rafforza le intuizioni e potenzia il senso di allontanamento da ogni riferimento figurativo. Che è anche straniamento dell’uomo di fronte all’inattuabilità dei suoi ideali.
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lucia danielis
mostra visitata il 22 ottobre 2005
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