Il tratto è lieve, armonioso, sembra inseguire una melodia; ma tra i graffiti bianchi che fregiano uno sfondo monocromo si nascondono creature aliene, personaggi fantasy, demoni. Che escono improvvisi da giochi grafici solo apparentemente distensivi. E’ come se le creature mostruose volessero attrarre con l’inganno di mondi rassicuranti, per poi sorprendere lo spettatore con la loro inquietante presenza. Ossessioni che dalla loro essenza astratta si palesano attraverso forme curiose, mostri che abitano lo spazio. Fantasie che non riguardano solo un mondo alieno. L’esposizione si apre con l’opera
I lavori dell’artista sono pregni di una sessualità quasi morbosa, sia che si esprima nella stilizzazione del sesso della donna, nell’evocazione dell’utero, sia che preferisca ritrarre personaggi femminili ricchi di eros, guerriere che ricordano una certa fumettistica trasgressiva. Tutto quest’universo si muove su tele illuminate da luce autoctona, che nasce dall’accostamento rigoroso di zone di colore con macchie più scure, buchi neri che catturano le tinte per farle riesplodere nuovamente, in tutta la loro luminosità.
La produzione di Lino Di Vinci si rivolge anche al design, con oggetti certamente non convenzionali (qui non esposti): bauli con applicazioni di lampadine, tappeti che rinunciano al tessuto preferendo metalli resi policromi da un tratto deciso, vivace, molto diverso da quello che riserva ai lavori emotivi. Lo stesso tratto che l’artista -genovese d’adozione e affermato anche al di fuori dei confini europei- ha dedicato agli allestimenti interni alle navi del Gruppo Grimaldi. Con una dicotomia costante, quasi un’avvinghiarsi dei contrari, ma a ribadire un’unità di fondo: il colore e le zone d’ombra, il bello e l’orrido, l’armonia e il caos.
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daniela mangini
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