Categorie: Giro del mondo

25 per cento di diritti | ai Macachi

di - 13 Settembre 2017
L’autore è la scimmia inconsapevole di autoritrarsi, o il proprietario della macchina fotografica che vende la foto per sua? Storia di diritti, conosciuta mondialmente come “Il Selfie del Macaco” che tiene banco da anni. Gli antefatti: il fotografo britannico David Slater, nel 2011, andò in Indonesia per fotografare appunto i macachi cinopitechi. Uno di questi, chiamato Naruto, rubò l’attrezzo è iniziò a fotografare se stesso. Tra una marea di frame da buttare qualcosa di carino c’era: un vero e proprio selfie con dentoni, che Slater pubblicò come sua nel libro “Wildlife Personalities”, vendendola a siti e giornali di tutto il mondo.
Solita storia: se l’artista non dipinge la sua tela ma la fa realizzare da maestranze…non è un artista. Così vale per il fotografo. Ci si mise Wikimedia, che la attribuì al macaco per evitare di chiederli e pagarli a Slater, e poi ci si misero gli animalisti di PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) che fecero causa al fotografo a nome di Naruto. Per fortuna arrivò una corte federale della California, che nel 2016 diede ragione a Slater perché una scimmia non può essere un autore, e tantomeno si può servire delle leggi sul copyright per una immagine scattata. La PETA, ovviamente fece ricorso.
Fino a ieri, quando Slater – forse un po’ stremato dalle folli accuse (tra le quali si sostiene “La necessità di estendere diritti fondamentali agli animali per il loro benessere e non in relazione allo sfruttamento che possono farne gli essere umani”, come se una fotografia fosse una sorta di olocausto) ha deciso di donare il 25 per cento dei futuri guadagni derivanti dalla vendita della foto ad associazioni che proteggono i macachi e la zona naturale in cui vive Naruto e la PETA ha ritirato il ricorso. E meno male che Slater per primo si era definito un ambientalista, convinto di poter portare un po’ di attenzione sulla specie in via di estinzione. L’ha fatto, ma pare anche che questa storia -tra viaggi da Londra a Los Angeles per i tribunali, spese legali e affini – gli sia costata così cara che per un po’ ha tentennato sulle possibilità di continuare a fare il fotografo. Grazie alla PETA, insomma, e viva i Macachi. (MB)

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