Categorie: Giro del mondo

Diario Indiano/ 1

di - 22 Dicembre 2017
Art Junction Residency*, la prima settimana trascorsa in India. Un tempo che appare dilatato rispetto al reale, nel viaggio da New Delhi alla Venezia d’Oriente: Udaipur.
Viaggiare per la prima volta in questo Paese è come guardare negli occhi un’anziana signora che conserva un’anima antica e affaticata, con una spontaneità che pare di bambina.
L’atmosfera metropolitana è straniante, i clacson suonano in maniera costante in un concerto insopportabile, accompagnato dallo schiamazzo dei negozianti e delle cornacchie e da un’onda soporifera di inquinamento che rende l’aria irrespirabile, quella di un’anacronistica realtà industriale.
Essere in India significa sin da subito imbattersi con le sue contraddizioni.
Metropoli di milioni di abitanti affacciate sui bazar, colmi di persone, stoffe, profumi, animali e gioielli, che scompaiono come un’orchestra muta varcando i maestosi ingressi delle architetture antiche. Siamo a Delhi, gli incantevoli siti realizzati dai dominatori musulmani Moghul nel XVI secolo, decorati con raffinate geometrie di derivazione persiana, sono circondati da giardini metafisici e silenziosi: qui l’aria attraversa colonnati e stanze aperte che si offrono alla luce naturale e al respiro; là, nella quotidianità delle strade e dei mercati, vige il caos, il rumore, gli odori: uno squisito horror vacui di cose. Ma qualcosa ancora chiede attenzione. La bellezza iconoclasta dell’architettura Moghul, di matrice musulmana, sembra essere altera, quasi fuori luogo, rispetto al culto dominante del Paese: quello anticamente induista, che è invece iconofilo e politeista (la cultura Hindù conta fino a 330 milioni di dei, che ornano i templi e i palazzi dei maraja; quella musulmana non consente alcuna rappresentazione iconica).
La sensazione nella Capitale è straniante anche a causa degli esiti urbanistici prodotti dalla dominazione britannica. Edifici e strade, somiglianti ai viali delle ambasciate europee, sembrano fallire nel risultato di riqualificazione e nel dialogo con la cultura autoctona.
A New Delhi si trova il museo di Arte Antica più significativo dell’India intera, il National Museum, con un patrimonio ricco di testimonianze dell’arte indiana, dal periodo Neolitico a quello Altomedievale: le sculture di matrice buddista e induista ne sono il cuore.
La National Gallery of Modern Art conserva produzioni pittoriche nazionali e opere d’influenza occidentale, esito della colonizzazione e dei viaggi compiuti in Europa da diversi artisti indiani: 400 anni di rappresentazione figurativa ereditata dalle antiche miniature su seta e dal culto religioso. Il museo possiede una produzione di opere contemporanee, un’esplosione di colori a olio che ricordano inevitabilmente le stoffe brillanti indossate ancora oggi dalle donne indiane: nulla sembra allontanarsi dalla figurazione, a parte qualche raro caso di sintesi astratta. Il parco del museo è abitato da candide sculture in marmo, vicine al gusto anglosassone della prima metà del ‘900. Tra gallerie e spazi culturali, significativo è il primo confronto con operatori e artisti: si condivide la pratica dell’estetica predominante, ancora legata al linguaggio pittorico e alla figura.
L’India accoglie così, con tuoni cromatici che sembrano essere una costante ricerca di pace (in indiano “Shanti”), con i suoi occhi grandi e scuri, colmi di contrasti inverecondi e di atti di fedeltà che tentano di rendere l’uomo ancora parte di un mondo apparentemente armonico.
Fine prima parte
Francesca Ceccherini
21/12/2017
*Art Junction Residency si trova a Udaipur, nella regione del Rajasthan. Il curatorial programme ha la durata di un mese. Attività: accoglienza in residenza, scheduling di incontri con artisti e realtà locali, spostamenti in altre città. Attualmente ipotizzabile un workshop nella facoltà di arte della città.



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