Categorie: lavagna

ICONE PER CASO

di - 29 Gennaio 2018
Chissà se il neodirettore di Villa Adriana e Villa d’Este Andrea Bruciati è al corrente del fatto che le due ville ospitano ciascuna un’opera d’arte contemporanea, e in modo permanente, per un valore aggiunto che impreziosisce ulteriormente due luoghi straordinari del nostro patrimonio storico-culturale. Entrambe le occorrenze estetiche, ancora una volta frutto dell’incontro magico tra natura e cultura, meriterebbero un cartellino segnaletico o quantomeno una menzione sulle guide. Non tutti, infatti, hanno l’occhio allenato per riconoscere l’arte laddove è celata sotto il naso. Probabilmente non si è mai pensato di ratificare due “opere” che certamente vanno attirando l’attenzione di molti visitatori, tra quelli più accorti. Come attendevano di essere semplicemente riconosciute, così c’è da augurarsi che non ripiombino in quell’anonimato al quale le abbiamo momentaneamente strappate. In ogni caso me ne assumo ufficialmente la paternità simbolica qui a “Icone per caso”.
Nel mese di Giano vi mostro in anteprima l’icona ospitata a Villa Adriana, in quello di Februa andremo a scoprire quella di Villa d’Este. Camminando tra le rovine della sontuosa residenza di campagna dell’imperatore eponimo è possibile imbattersi, a un certo punto che non dirò, lasciando al visitatore il piacere della scoperta, in due colonne decisamente diverse da quelle circostanti. I capitelli corinzi che le incoronano, erosi dalle intemperie e dal lungo corso del tempo, donano loro l’aspetto di due demoni mortiferi, Lari a tutela del sito archeologico evidentemente. L’uno mostra il profilo inconfondibile di un teschio, l’altro di un diavolo con cappello a cilindro, secondo uno stile goticheggiante impregnato di figurazione novecentesca. Che il loro monito sia indirizzato innanzitutto alla Sovrintendenza?
Impareggiabile è il portato semantico di questo dono inopinato. L’idea di due araldi degli inferi ottenuti dalla consunzione di due colonne classiche è semplicemente sublime, e chiama in causa sia la corrispondente categoria estetica, sia il tandem nicciano di apollineo e dionisiaco, sia infine la condensazione onirica (in questo caso di opposti) di freudiana memoria. La loro mansione è propriamente quella di lottare contro il tempo, la perdita di memoria e l’oblio, cosicché la funzione apotropaica che da centinaia di anni svolgono con puntuale cipiglio ha a che vedere con le memorie di successive, differenti epoche storiche, non certo con quelle di Adriano.
Lari, 2017 (dettaglio). Autori: Guia Zavanella e Roberto Ago
Trattasi di due autentiche sculture, insomma, che per la loro felicità intrinseca e contestuale fanno impallidire molti catafalchi posticci in odore di primitivismi. Lo scalpello della natura si è dimostrato un artefice degno del Michelangelo dei celeberrimi Prigioni, portando alla luce quanto era semplicemente celato nel marmo. Ma nel caso dell’impersonale scultrice la forma risulta consustanziale alla materia stessa, i due Lari essendo esattamente come dovevano essere. Immaginarli, quindi, interpellati da un Piranesi o da un Goethe in visita alla Villa è l’inevitabile conclusione di questo inedito paragrafo di storia dell’arte, contemporanea beninteso.
Roberto Ago

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