Simon May, Carino! Il potere inquietante delle cose adorabili
Cos’hanno in comune Topolino, E.T. l’extraterrestre, Hello Kitty con i Balloon dog di Koons o il Mr DOB di Murakami? Sono Cute!
Ma quali e quanti significati ci sono dietro questa ormai “virale” parola?
Se l’è chiesto il filosofo Simon May con Carino! Il potere inquietante delle cose adorabili edito da Luiss University Press. Ciò che emerge da questa breve ma intensa lettura è un’attenta analisi di quello che è un fenomeno molto più complesso ed in evoluzione di quel che sembra, dei nostri tempi. L’autore traccia per questa ricerca, una sorta di arco temporale che affonda le proprie radici nell’800, passa per gli anni ‘50 e culmina negli anni 2000. Già dal titolo e dall’immagine in copertina (Kitten, Cartolina S.D.) che ritrae un adorabile gattino glitterato che ti guarda con gli occhi indifesi ma anche inquietanti si percepisce il carattere psicologico che ha fatto del Cute, un’arma di seduzione di massa.
Il successo commerciale del cute trae la propria linfa dal mondo infantile e del gioco. Quello che era “acute” ovvero tagliente, arguto diventa successivamente innocente e affascinante.
Il potere di questa evoluzione di pensiero viene raccontato da May attraverso diversi esempi, nomi a noi noti come ad esempio Shirley Temple, che incarnano la complessa identità, difficile da definire, che si cela dietro questo fenomeno sociale e social.
Se per il biologo evoluzionista Stephen Jay Gould, il personaggio americano di Topolino assume nel tempo quelle qualità morfologicamente “infantili” identificate da Korad Lorenz, è nel Giappone del dopoguerra che il Cute assume i tratti di una società che si identifica nel Kawaii, visibile nell’arte di Murakami, di Nara e Miyazaki. Ma la cuteness presente nei manga, negli anime e nei famosi meme sono ormai talmente radicati nella nostra quotidianità online, se non onlife, da assumere forme sempre più ambivalenti, che vanno dall’androginia al non umano e all’inumano. In Carino! il fascino del mostruoso si fa strada in un sottile gioco di limiti e contraddizioni che possono essere sì pericolose, ma che non ci fanno smettere di sorridere davanti all’innocuo meme di un dittatore o di un gattino col parrucchino.
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