È un evento da salutare certamente con interesse, dato che il ritardo della divulgazione nel nostro Paese di un’intera generazione di studiosi in prevalenza statunitense è ormai ventennale –e pensiamo non solo ad Hal Foster, ma anche a Thomas Crow, a Douglas Crimp e allo stesso Fredric Jameson. Ci siamo persi un intero dibattito epocale senza neanche accorgercene.
Il testo di Foster è di quelli che aiutano a rimetterci in pari e a comprendere come si è evoluto il discorso sull’arte contemporanea negli ultimi decenni. La tesi fondamentale del libro è che non solo l’avanguardia alla fine del Novecento sia stata viva e vegeta –contro la vulgata che la vorrebbe morta e sepolta con il concettualismo-, ma che essa abbia saputo rifondarsi e vada identificata con la posizione ancora una volta più feconda e innovativa.
Punto di partenza sono gli irrinunciabili anni Sessanta, autentico incunabolo del postmoderno. Nel primo capitolo, Foster guida attraverso un ripensamento generale della neoavanguardia e della sua azione retroattiva rispetto all’avanguardia storica, quasi agli antipodi rispetto all’interpretazione canonica di un classico come Teoria dell’avanguardia (1974) di Peter Bürger. Di qui, il concetto di ‘retro-azione’ si allarga all’intera comprensione critica dell’arte postmoderna, presentandosi, nella volontà dell’autore, come una sorta d’antidoto mentale alla retroversione tipica dell’arte all’altezza del 1996 (e, aggiungiamo, pure dei dieci anni successivi: anche per questo è così importante leggere queste pagine).
Il ritorno del reale di cui parla Foster è quello che si intreccia, a partire proprio dalla pop art, con l’esaurimento progressivo della spinta modernista. Ciò che Foster lamenta nella lettura critica dell’opera da Warhol in poi è la
Uno dei pregi fondamentali della scrittura di Foster è quello di pensare sempre la storia dell’arte in funzione del presente, e viceversa. La comunicazione tra i differenti livelli temporali è talmente attiva da moltiplicare continuamente le risposte e, contemporaneamente, le domande, senza però cadere mai nell’a-storicità o nella gratuità. Questa traduzione de Il ritorno del reale ha dunque una doppia funzione: da una parte ci mette in contatto con una tradizione critica e teorica che da noi stenta ancora ad attecchire, e dall’altra ci dice molte cose su come un periodo ormai storicizzabile -gli anni Novanta- abbia modellato i periodi precedenti.
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"meglio tardi che mai"? "rimmetterci in pari"? leggere la versione orginale in inglese no?!?
... anche perché la traduzione è in più luoghi discutibile.