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di - 16 Maggio 2005

È una traversata nel decennio scorso quella proposta da Marco Belpoliti, docente di Sociologia della letteratura a Bergamo? Anche. Un decennio compreso fra due Crolli, quello del Muro e quello delle Torri. Maiuscole non per caso, visto che hanno rappresentato il muro e la torre per antonomasia, ma altresì i simboli di due forme d’organizzazione socio-politica. Gli anni Novanta, dunque, come età dei crolli e dell’estremismo, fra due apocalissi. Prevedibili? Addirittura auspicabili? Ovviamente nessuno ne ha parlato in questi termini, soprattutto per quanto concerne le Twin Towers. O meglio, qualcuno ha provato a farlo, ritrattando prontamente, come Damien Hirst e Karlheinz Stockhausen. E tuttavia, Belpoliti ci accompagna nel reperimento di alcuni sintomi meno chiassosi, che costituiscono una costellazione instabile di segni. Per esempio, Gordon Matta-Clark si produce in un doppio intervento: nel 1974, con The Space Between, evidenzia l’intercapedine fra le Torri monolitiche fotografate in bianconero; nel 1976, con Made in America, interviene con lo spray sul Muro. Il crollo immaginato-realizzato richiama le macerie, un tema che almeno in Germania ha un’antica tradizione, come testimonia Heinrich Böll. Belpoliti ricorda vari lavori che riflettono sulla questione, da Hans Haacke alla Biennale del 1993 a Lullaby (1994) di Cattelan o ancora Senza titolo (2001) di Wolfgang Staehle. Macerie significa inevitabilmente Sublime, ovvero “sgomento e piacere”. Ma attenzione, le macerie non sono sinonimo delle rovine, che necessitano di un tempo storico. Goethe è scomparso, ora va di moda l’estetica del disastro propinataci da un Virilio o da un Baudrillard. E tuttavia fanno capolino voci dissonanti, e Belpoliti ne dà conto, chiamando in causa De Certeau e Žižek. È quest’ultimo a metterci in guardia da letture troppo affrettate: “È molto più difficile riconoscere nella realtà ‘reale’ la parte di finzione, piuttosto che denunciare o smascherare in quanto finzione (quel che appare) la realtà”. La prospettiva subisce allora un’obversione. Dall’apocalisse all’apocatastasi, la “reintegrazione, alla fine dei tempi, di ogni cosa creata”. L’epoca odierna appare così un “tempo penultimo”, una catastrofe dai contorni metamorfici. Cosa ci aspetta, è tutt’altra questione.

Nel più classico stile retorico, Mario Perniola articola il suo Contro la comunicazione in una pars destruens e una pars construens dedicata all’estetica. La suddivisione interna e speculare si dispiega in 15×2 paragrafi. Argomentazioni fulminanti nella loro chiarezza. Ma non è uno stile aforistico o apodittico; piuttosto si dovrebbe definire icastico, sul quale si innesta un’ironia che giova all’“invettiva”. Per quanto si possano riassumere le tesi di un volume siffatto, la prima sezione prende il via dall’assunto secondo cui “l’epoca della comunicazione ha già toccato il suo punto culminante”. Ma quali sono le caratteristiche della comunicazione? Essa è priva di determinazioni, al contrario delle ideologie e finanche delle sensologie, quindi è massimamente totalitaria, poiché sussume “anche e soprattutto l’antitotalitarismo”. Ha un curioso imparentamento con la semiosi ermetica indagata da Eco, ma abolisce il messaggio mediante sovraesposizione; contrariamente a ciò che si crede, è l’alfiere della old economy, a discapito della cultura del cognitariato, della quale ha però un’ineliminabile necessità. Fra le altre sorprendenti peculiarità, v’è la rimozione dell’intera realtà o, per avvalersi alla psicoanalisi lacaniana, si può definire la comunicazione come psicotica, visto che “incarna” la “catastrofe della significazione”. Alla sua furia fagocitante fa da contraltare l’estetica, “l’unica possibilità di sottrarre la società occidentale alla follia autodistruttiva da cui è affetta”. Un’estetica che si differenzia nettamente dalla definizione fornita da Kant, poiché si fonda su un “disinteresse interessato” a mezza via fra l’ineffettualità della morale e la cultura della performance. Un’estetica profonda, di contro alla superficialità massmediatica. Un’estetica né comica né tragica, bensì arguta. Il campo dell’estetica risulta allora assai esteso, comprendendo oltre alle arti “tutte quelle attività […] che implicano per definizione libertà e autonomia rispetto all’economia del profitto immediato e della negoziazione”. Economia dei beni simbolici vs economia ristretta, strenua disfida in vista della quale Perniola ci dona alcuni strumenti, per attrezzarsi a “una strategia globale di resistenza e di lotta”.

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Marco Belpoliti – Crolli, Giulio Einaudi editore (Vele, 14), Torino, 2005 – ISBN 88-06-17345-6 – Pagg. 142, € 7 / Mario Perniola – Contro la comunicazione, Giulio Einaudi editore (Vele, 7), Torino, 2004
Pagg. 118, € 7 – Info: Il sito Einaudi


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