A sentire il grande vecchio Ernst Beyeler che dice “non ho mai lasciato l’isolato”, si pensa ai tour de force che molti ormai credono di essere continuamente costretti a fare in giro per il mondo. Saranno cambiati i tempi, ma personaggi come Beyler la montagna la facevano venire a sé. Come quando fu tra i fondatori di ArtBasel. Ma la storia inizia molto tempo prima, quando il giovane Beyler rileva la libreria nella quale lavora e decide di vendere stampe e incisioni. È il 1947. Nel giro di pochi anni, l’esercizio diviene il “Castello dell’Arte” (e poco dopo “Galleria Beyeler”) e nel 1951 s’inaugura la prima mostra, con opere di Bonnard, Renoir, Picasso e Matisse.
Beyeler è un commerciante, certo. Ma anche un autentico appassionato. Ne è testimonianza l’attaccamento a un’opera come Improvvisazione 10 di Kandinsky, “uno dei primi quadri astratti della storia dell’arte”. Ma come nasce quella passione? Qui subentra l’Italia, ma non quella più turistica. Perché l’incontro avviene a Milano nel 1953, quando Beyeler vede Guernica. E con Picasso instaurerà un rapporto strabiliante: chi non sarebbe voluto essere al suo posto quando l’artista gli aprì la porta del proprio magazzino, ricolmo di oltre 800 tele, e gli disse “scelga”? Picasso non è l’unico artista del quale Beyeler affresca la parabola artistica. Altre conversazioni sono dedicate a personaggi come Mark Tobey. Ma forse ancor più gustosi sono gli aneddoti che riguardano l’attività di mercante.
Leggere queste conversazioni con Christophe Mory è insomma istruttivo. Per varie e variegate ragioni. Per esempio, la tecnica di vendita: “Ho sempre cercato di trovare un concorrente per ogni offerta”. Semplice e funzionale. Al vezzo di acquistare l’opera si aggiunge la soddisfazione nel sopraffare, più o meno sportivamente, il concorrente. Oppure, per restare in ambito commerciale, la ripulsa per i contratti d’esclusiva con gli artisti; o ancora l’attenzione rivolta ai materiali utilizzati, per “evitare il più possibile i problemi senza fine di restauro e conservazione”. E il retroterra da libraio fa conferire il giusto peso anche ai cataloghi, ormai oggetti di culto per ogni bibliofilo. Ciò che però più segna il distacco dagli attuali modi di operare è l’onnipervasività del lavoro di Beyeler. Che si occupa anche dell’allestimento, per esempio, “sistemare opere diverse che per un periodo di tempo limitato formeranno un’opera d’arte”. Gallerista altresì come curatore, che si eccita nel porre coppie di artisti a confronto, nell’intessere sempre nuovi dialoghi. Che si rifiuta di entrare in ambiti che non conosce, come la fotografia, con un’umiltà di cui s’è persa la ricetta.
La galleria Beyeler non si propone di scoprire talenti, ma “imporre la qualità”, dagli impressionisti a Warhol. Mentre la più recente fondazione si basa su cubismo e astrattismo. Nei suoi locali l’arte contemporanea si contamina con l’“arte primitiva”, la pittura con la scultura. L’edificio è stato ideato da Renzo Piano e all’inaugurazione Christo e Jeanne-Claude hanno realizzato un intervento nel parco.
Nel corso degli anni si è ampliata con i lavori di Kiefer, per esempio, ma sempre senza inseguire affatto la novità del momento. Perché la parola d’ordine non è certo inamovibilità; anche se l’evoluzione dev’essere lenta, lentissima. Parola di Beyeler.
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