Categorie: Libri ed editoria

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di - 29 Agosto 2014
Presidente dell’associazione Arte in memoria e curatrice dell’omonima biennale internazionale, ospitata nei resti della Sinagoga di Ostia Antica, Adachiara Zevi,  storica dell’arte e architetto, presenta un diffuso excursus sull’evoluzione della costruzione di “monumenti” commemorativi, progettati prevalentemente per commemorare la popolazione ebraica e le altre minoranze colpite dalla Shoah, e le vittime della Resistenza Italiana. Israele, Stati Uniti, Italia e naturalmente Germania, ogni Paese ha avuto la sua serie di concorsi di progettazione che hanno di volta in volta aperto significativi dibattiti culturali sul tema, evidenziando le difficoltà, il pudore, il coraggio o l’arretratezza di amministrazioni e cittadini.

Sempre nel tentativo di trovare la giusta chiave per mostrare il pieno o il vuoto lasciato da un problema ancora sostanzialmente irrisolto delle coscienze: la domanda “Com’è potuto accadere?” ancora resta ancora senza una risposta convincente. L’itinerario che si compie con la lettura del libro è in parte storico e in parte aneddotico, con suggestivi spunti di un’analisi interpretativa sempre acuta. Come indicato dal sottotitolo, si parte da Roma, città natale dell’autrice e centro delle sue esperienze e ricerche, con il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, considerato come l’opera architettonica che supera il concetto di monumento moderno per collocarsi in un oltre caratterizzato dai “monumenti per difetto”, nuova definizione introdotta dalla Zevi. Di cosa difettano questi lavori? L’introduzione viene provvidenzialmente in aiuto per accostarsi al tema: «Di monumentalità, se per essa si intendono alcune prerogative generalmente attribuite ai monumenti: unicità, staticità, ieraticità, persistenza, ipertrofia dimensionale, simmetria, centralità, retorica, indifferenza al luogo, aulicità dei materiali, eloquenza, esproprio delle emozioni». Questo vuol dire che, allontanatisi dai fuochi della guerra, anche il concetto di memoria comincia a risentire della complessità dell’era post-moderna con i suoi problemi e le sue contraddizioni, ma soprattutto con le molteplici soluzioni proposte da architetti, artisti e sociologi, coinvolti nei processi per la realizzazione di un memoriale. Le Fosse Ardeatine come Yad Vashem, introducono il concetto di museo come percorso, da svolgere sotto un’unica arcata di luce, attraverso le diverse opere d’arte realizzate, che creano momenti di riflessione, e le numerose sepolture raccolte insieme per dare spazio alla consapevolezza dell’orrore subito.
Parlando di monumenti nella città l’analisi passa alla nazione tedesca ed alla sua capitale Berlino, in un arco temporale che parte dal pre-‘89 per scavalcare poi la caduta del muro, con la realizzazione del Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa ad opera dell’architetto Peter Eisenman. L’autrice decide intelligentemente di addentrarsi nelle varie proposte concorsuali, che rappresentano un’interessante casistica: monumento come tratto di autostrada, percorso di un autobus verso i campi di sterminio, elemento lapideo che si staglia nella luce, piattaforma scoscesa, raccolta di colonne di basalto. Alla fine Eisenman dovrà rimaneggiare più volte il progetto superando i continui quesiti di opportunità posti dalle amministrazioni: 2711 pilastri in cemento armati articolati su pendenze creando percorsi di riflessione in uno spazio delimitato ma aperto alla città e ai suoi flussi. Un luogo in cui si inciampa, e questo termine ritornerà nella dissertazione dell’autrice alla fine del libro. Singolari invece i casi dei monumenti a scomparsa, che si configurano più come contro-monumenti, in cui «l’opera coincide con la sua sparizione, ed è dunque temporanea e reversibile; è diffusa sul territorio, si affida aniconicamente alla scrittura; si identifica con il luogo stesso della memoria».
Il monumento di Amburgo, quindi, scompare man mano che su di esso vengono depositate le scritte dei cittadini; scarpe di ferro in  perfetto stile anni ’40, si affacciano sul lungo fiume di Budapest per commemorare gli ebrei ungheresi deportati, entrambi realizzati con intenti artistici che si oppongono ai casi di «memoria letterale» o «memoria esemplare» rappresentati da due edifici contrapposti nelle modalità di progettazione e negli intenti simbolici: il Museo memoriale degli Stati Uniti all’Olocausto di Washington e il museo ebraico di Berlino di Libeskind. Chiude la rassegna il progetto delle famose Pietre d’inciampo dell’artista Gunter Demnig, sampietrini di ottone che «attivano la memoria», seguendola lì dove la vita è stata interrotta per stimolare una riflessione nella vita quotidiana dei luoghi. Una memoria apparentemente minore, che arriva però finalmente ad incidere sulle coscienze come monito continuo perché quello che è accaduto non si verifichi davvero più.

Monumenti per difetto, dalle Fosse Ardeatine alle pietre d’inciampo
Autore: Adachiara Zevi
Editore: Donzelli editore (serie “Donzelli virgola”)
Data pubblicazione: 2014
Pagine: 226
Euro: 21,00

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