Categorie: Libri ed editoria

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di - 31 Maggio 2017
Infinite Drawing è il titolo molto evocativo dell’ultimo libro di Pietro Finelli, perfettamente calzante con la ricerca che l’artista, curatore e teorico, porta avanti da diversi anni.
All’interno compaiono saggi dello stesso autore, di Giovanni Gardella, Ferdinando Creta, del poeta Giancarlo Majorino, di Wolfgang Ullrich e un nutrito numero di immagini di pitture e disegni. Il volume raccoglie, in maniera ben articolata, ciò che il pubblico ha avuto modo di vedere e leggere in occasione delle mostre allestite presso il Museo d’Arte Contemporanea ARCOS di Benevento e al Palazzo Borromeo di Cesano Maderno tra il marzo e il giugno del 2016.
L’idea del disegno, che è alla base del lavoro di Finelli, viene analizzata con acume ed essenzialità da Giovanni Gardella che ne sottolinea l’aspetto costruttivo e la relazione con l’attività critica di riflessione svolta dall’artista. Infatti, potremmo interrogarci sul senso del disegnare e dipingere oggi, in un contesto culturale e artistico volto alle più variegate sperimentazioni linguistiche, le quali si muovono sullo sfondo di una produzione grafica industriale a dir poco oceanica, pervasiva a tutti i livelli della vita sociale.
Wolfgang Ullrich, professore all’Art Research and Media Theory at the Karlsruhe University of Arts and Design, scrive che l’opera di Finelli è la conferma che disegno e pittura “non hanno perso alcuna della loro valuta”: il che significa che non ci sono ragioni necessarie e sufficienti per espungere dal territorio dei media, alcunché. Insomma, l’obsolescenza dei medium, nell’arte, è un falso problema, poiché il processo artistico è un processo ermeneutico, o se si vuole auto-maieutico, che apporta nuova luce nel mondo. Dunque, nessun timore reverenziale nei confronti dell’oceanica produzione immaginifica e industriale, con i suoi trucchi ed artifizi, troppo spesso opaca, assorbente e poco radiante. Invece la verità dell’arte, come suggerisce Finelli, sta sempre in un altrove. Con la sua opera e la sua riflessione, l’artista ci conduce in una dimensione che potremmo dire concettualmente aperta, o spiritualmente disponibile, come è aperto il flusso di coscienza dell’artefice che sceglie di rapprendere l’istante nel coagulo della sua rappresentazione. Ma, per Finelli, nel leggere il libro e le varie testimonianze, sarebbe forse più appropriato parlare di apparizione. L’apparire dell’immagine, del segno, dal nero profondo, ha a che fare con la temporalità legata al linguaggio specifico del mezzo: ciò implica una scelta a priori, già un orientamento di fondo o, se si vuole, un disporsi. Ora, sappiamo che Finelli entra nel flusso di un film, in particolare i Noir, e lavora sul fermo immagine; dalla temporalità dell’immagine filmica passa alla temporalità del disegno e della pittura. Pur sussistendo delle differenze, cinema e pittura (ovviamente non tutta) sono accomunate dall’élan vital della narrazione.
La dimensione materica del disegno realizzato da Finelli con semplici mezzi, pastelli, matite, o il pastoso colore ad olio delle tele si contrappone  all’impalpabile materia del film. E quindi passare dall’impalpabile al tangibile, dallo schermo alla pelle del quadro sembra presentarsi come un viaggio nell’altrui mondo, per “portar fuori dall’archivio del tempo” – come sostiene l’autore di “Infinite Drawing” – l’istante programmatico che ha determinato quel tipo di percorso, quel tipo di opera.” Per Finelli la temporalità del disegno, e della pittura,  ha a che fare con la rammemorazione, che innesta la sua potenza sulla reversibilità del tempo interiore. Il fotogramma sospeso, osservato, contemplato, si trasforma in materia viva che da vita ad altra vita. In questo processo il disegno si presenta come un esercizio spirituale insostituibile, un lavoro quotidiano su di sé. Giancarlo Majorino, con la sensibilità che soltanto un grande poeta può avere, della ricerca di Finelli ne sottolinea il carattere temporaneo. “Un titolo appropriato – scrive il poeta in riferimento alle opere dell’artista – potrebbe, dovrebbe quasi essere: “temporaneamente”. In quest’ultimo avverbio, ci pare di scorgere, tutta intera, l’infinita problematica che caratterizza la ricerca artistica contemporanea, che si pone all’insegna dell’attraversamento di un guado infinito. Soltanto la potenza dell’immaginale che racchiude e coltiva l’humanitas può presentarsi come terra sulla quale approdare, come riva del fiume in attesa delle nuove orme.
Per l’artista, a ben vedere, anche l’allestimento della mostra “Infinite Drawing”, dalla quale sono state tratte le opere e le suggestioni del libro, è concepito in questo modo. “Per questo, – scrive Finelli – la mostra si compone di opere cronologicamente anche distanti nel tempo, tuttavia accomunate dal medesimo segno distintivo che ha nel disegno, quale momento conoscitivo e di costruzione del mondo, la sua apicalità… Quest’andirivieni, conferisce una diacronicità all’arte, all’opera dell’artista, che non vuole apparire nel presente una lettura aggiornata di ciò che fu. Una mostra, per come la intendo io, è quasi una verifica fattuale, una rimessa in circolazione (sono sempre in circolazione) dei dispositivi interroganti che gettano nuova luce sul sé e sul mondo”. In un presente tecnologicamente avanzato l’idea di tracciare con una matita bianca dei segni su una nera carta è un invito rivolto a chi è capace di riaprire la dimensione magica dell’esistenza. In fondo, come affermava Keith Haring, citato dal direttore di Arcos di Benevento Ferdinando Creta, “L’arte del disegno è fondamentalmente ancora la stessa fin dai tempi preistorici. Essa unisce l’uomo e il mondo. Vive attraverso la magia”.
Ernesto Jannini
Pietro Finelli,
Infinite Drawing
Edizioni MIMESIS – Art Theory, 2016
Euro  22
ISBN 978-88-5753-823-5

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