Per chi ha amato Marguerite Yourcenar, a partire dal più famoso “Memorie di Adriano”, poi con “L’opera al nero” e i suoi saggi e raccolte – sempre in foggia di racconti esistenziali – il poco conosciuto “Ad occhi aperti” è una decisiva rivelazione rispetto alla personalità, alle ricerche e al metodo da lei seguiti con determinazione.
E’ una raccolta di conversazioni con Mathieu Galey, giornalista e critico francese, svolte nella sua casa sull’isola di Mount Desert nel Maine, doveva viveva sin da quando l’aveva acquistata con Grace Frick, sua compagna di vita, da poco scomparsa al tempo delle interviste. Attraverso brevi interventi del critico, quasi battute di rilancio, Yourcenar coglie il modo di parlare di sé, quasi in un’avvincente autobiografia.
Emerge la lucida personalità, curiosa di studio e conoscenza, che le ha permesso, partendo da un’agiata famiglia, conoscendo innumerevoli traversie che ne sono state viatico, di compiere quelle che qui appaiono vere scorribande nel mondo della filosofia, della storia, delle genti, della letteratura, arrivando a sentirsi “uno strumento attraverso il quale sono passate correnti, vibrazioni. E questo vale per tutti i miei libri direi persino per tutta la mia vita. Forse per ogni vita” (cit. ultimo capitolo)
Forse come il suo Adriano, che si sentiva responsabile della bellezza del mondo. Con la sua scrittura, anzi esposizione densa e affascinante, racconta come sia partita dallo strumento della “conoscenza di sé stessi” per arrivare ad abbracciare il mondo, l’uomo, la passione.
Quella passione che Marguerite distingue dall’amore (che fu al centro della fama delle Memorie di Adriano, ma non la chiave di volta dell’opera) partendo dall’etimologia del patire, soffrire – con la conseguenza del possedere – per tornare a definire l’amore come abnegazione. E racconta il modo in cui guarda al futuro e alla morte, compagna da sempre nel creare e poi osservare i suoi personaggi: come un’esperienza fondamentale della vita stessa, da vivere “ad occhi aperti”, sentendone lo scandire dei segni e del tempo, tanto quanto il piccolo carillon che lei suonò continuamente accanto a Grace, negli ultimi suoi momenti di vita, ormai incosciente.
Se la solitudine cosciente era stata la partenza del metodo di analisi della realtà e della composizione dei lavori, l’autrice qui sfata il suo mito di nobile, solitaria e distaccata persona, raccontando della piccola comunità che fa da contorno alla casa e diventa simbolo e ultimo rifugio di verità, perché come tutti quelli che la aiutano e lì vivono…“se non fossero amici non sarebbero qui”.
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