L’occasione della ricorrenza del centenario dalla nascita di Attilio Alfieri e Edgardo Mannucci -che da sola giustifica l’accostamento di due personalità artistiche così dissimili- parrebbe però restringere le ragioni dell’esposizione ad una mera celebrazione: le cose in realtà non stanno così, perché il comitato scientifico si è dato parecchio da fare nel rintracciare testimonianze di autori-amici illustri. Da Trebbiani, a Mattiacci, a Perilli, Lorenzetti, Marotta. Oltre a ciò hanno anche ricostruito un imponente apparato di bibliografia critica contemporanea agli artisti, in modo da poter considerare Alfieri e Mannucci come protagonisti e non outsider, precursori di certe innovative tendenze e non personaggi ombra della contemporaneità.
Ne viene così fuori un evento che mette in mostra una mole di oltre duecento opere per ognuno degli artisti descritti, capace di costringere i curatori alla realizzazione di un allestimento iperbolico ma nella sostanza efficace e soprattutto, capace di porre le basi per rinnovare la discussione in merito ai due autori marchigiani.
E’ chiaro che, per quanto riguarda Alfieri, il mimetismo ed il cangiatismo mobile evidenti nel suo operare e già sottolineati da Barilli negli anni ’70, favoriscono un approccio critico che voglia farne una sorta di precursore su più versanti linguistici sviluppatisi successivamente (tanto per citarne alcuni: Pop Art Informale e Cinetismo). Vero però è che le sue Macerie (1943-53) come le sue Proiezioni in Sequenze meccaniche (dei primissimi anni ’30), sono lavori che portano date
L’esposizione invece cresce di spessore quando si incontrano le sale riservate alle sculture di Mannucci, evocate e valorizzate da un’illuminazione perfetta (calibrata da iGuzzini). I ritratti degli inizi dal sapore martiniano si decompongono sformandosi nell’irregolarità fusa di totem lamellari, frammenti segnici, caldi attraverso i quali il fabrianese trova la sua vera forma nell’informe impreziosito, caricato da una certa tensione spirituale.
I contributi critici relativi alla mostra pongono decisamente nuovi spunti di riflessione atti a chiarire e giustamente rivalutare questa figura, che senz’altro fu più importante di quanto comunemente si creda, anche tra gli addetti ai lavori, per le successive esperienze artistiche in Italia.
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Veramente bella questa doppia mostra di Ginesi!