La direttrice artistica di Zen, Yuki Konsyo, sorride e spiega che cinque anni fa, quando ha iniziato, il Sushi Restaurant usava l’arte contemporanea per arredare. Oggi, invece, in molti casi vengono venduti tutti i lavori esposti: “a comprare sono i nostri clienti, che non girano abitualmente nelle gallerie. Qui vengono per magiare, e intanto incontrano le opere. Possono vederle con calma e con il tempo decidere di acquistare”.
Sembra una sciocchezza, ma il miracolo si ripete ogni mese. Senza vernici alla moda, cataloghi costosi o curatori e critici di grido. Con la semplicità che li distingue, i giapponesi che operano in Zen hanno messo a frutto l’esaltante rapporto tra arte e cucina, in un modo che va ben oltre l’ormai consueto ristorante chic dentro il museo. Una formula che meriterebbe maggiore approfondimento. L’ultima mostra solo per un caso fortunato è dedicata ad un sorprendente artista giapponese. In realtà più spesso ci sono giovani italiani.
“Mi sento monocromo” risponde Tetsumi Tsuruzono a chi gli chiede per quale motivo i suoi ultimi quadri fatti di bende siano tutti dedicati ad una solo colore, anche se poi i giochi tonali fanno vibrare di luci differenti quelle assenze d’immagine che il designer di Tokyo dipinge da qualche anno, da quando ha iniziato la doppia attività del combattente e dell’artista, scegliendo di fare un’arte che, come la sua vita, diviene una questione di combattimento. In cui Tsuruzono applica l’etica samurai nell’arte giapponese contemporanea.
I suoi paesaggi interiori non hanno titoli e non sono pensati come espressione, ma piuttosto come profonda impressione dell’animo. “Non so dire perché ho scelto di fare tutto questo” risponde ancora l’artista, sconcertando chi per ogni breve domanda attende una lunga risposta, compiuta e determinata in ogni sua parte. Ma l’artista combattente, che crea le sue tele stirando in lungo e largo (con precisissima calma) le bende con cui fascia le sue mani da boxeur, svia la concettualità e il modo di esprimersi occidentali: forse nemmeno li conosce (come non conosce l’inglese). Ma le sue opere parlano di un mondo interiore, di un’etica e di una tenuta comportamentale che entra con delicatezza e volontà nell’arte.
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mostra visitata il 17 aprile 2004
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