Ad una prima impressione, influenzati dalla direzione inequivocabile impressa dal titolo della mostra e dal copioso susseguirsi di pupazzi, giocattoli, libri, banchi di scuola, sembra confermata la materia d’indagine: l’infanzia, appunto. Ma ogni elemento che compone assemblages e dipinti restituisce al soffermarsi dello sguardo la necessità di uno sforzo intellettuale per comprenderne il messagg
Nato a Bruxelles nel 1950 da una famiglia ebrea benestante sopravvissuta all’Olocausto, legato alla madre da un forte sentimento edipico e portato per natura allo studio più che al lavoro materiale, studia filosofia a Parigi (evitando per poco il maggio francese del ‘68) e scopre la psicoanalisi frequentando assiduamente Lacan, incontro determinante per lo sviluppo del suo pensiero e della sua attività. Nell’arco della vita scrive saggi e poesie,
Friedler sceglie la creatività artistica come atto ludico di evasione, non privo di funzione terapica, ma risulta chiaro che lo spirito ingenuo di un’arte bambina è presto superato da un’intellettualizzazione che ne tradisce la leggerezza: nella rappresentazione rudimentale e spontanea c’è allusione a categorie filosofiche e religiose con funzione più simbolica che figurativa; nel profluvio di parole autografe riportate sulle tele sono declamate poesie in francese o lunghi alfabeti sconosciuti; le installazioni riflettono sui traumi dell’età infantile che determinano la personalità dell’individuo. Anche nelle performances, in mostra grazie a testimonianze fotografiche, è evidente lo sdoppiamento tra pulsione e ragione: nei panni di Jack Balance, ombroso clown costretto in gabbie fisiche e metaforiche e condannato al mutismo, Friedler diventa la nemesi di se stesso fomentando una rivolta interna nei confronti della propria coscienza.
valeria carnevali
mostra visitata il 10 febbraio
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