Difficile per l’angry boy Marc Bijl allestire una mostra in uno spazio così convenzionale. Il giovane artista olandese, attivo tra Berlino e Rotterdam, da sempre sceglie come luogo di intervento le piazze, le stazioni della metro, i cartelloni pubblicitari, mentre si trova ora a confrontarsi con lo spazio della galleria milanese Artra. La mostra, curata da Marco Scotini, rende comunque bene la sua poetica contestataria ed interventista.
Deth è l’imponente scritta a caratteri gotici, bianca, su fondo nero che si pone davanti allo spettatore; a fianco una chitarra elettrica, appoggiata ad un amplificatore, suonata fino a farle saltare le corde, e il visitatore è definitivamente catapultato sul palco di una
Poi un’ingombrante gabbia metallica che evoca il Defender, modello della Landrover, da cui prende titolo la mostra, originariamente usato dall’esercito britannico, oggi macchina familiare simbolo di sicurezza e protezione, ma proprio come una gabbia, risulta essere un’efficace difesa per noi, ma contemporaneamente minaccia per gi altri, “una gabbia protegge, ma imprigiona”.
A commento di questa riflessione compare lo slogan: I’m too sad to kill you (Berlino, 2002), una scritta clandestina tracciata sul muro velocemente con la bomboletta spray, senza alcuna ricerca estetica, ma solo con il fine di comunicare un messaggio, uno Statement, come il titolo stesso dell’opera suggerisce. Il graffitismo è solo uno dei mezzi espressivi che Bijl prende in prestito all’attivismo sociale e alla guerriglia urbana, uno dei tanti, e a ricordarcelo sono i video che documentano una serie di azioni performative, come Car Destruction Performance (1999/2000 Rotterdam-Berlino), in cui un vandalo distrugge due macchine in pieno centro. Ancora automobili, uno dei simboli della società globalizzata che percorre il suo lavoro: la Defender, le due auto distrutte ed ancora la vettura bruciata presentata all’ultima edizione di Manifesta a Francoforte.
Eliminate le automobili, lo spazio pubblico sembra guadagnare un po’ più di libertà, pronto per essere vissuto a seconda delle necessità di ognuno, come la card action, public space/private property (Sony Center, Berlino, 2001), sottoscrive: si può bere, mangiare, suonare e dormire sul prato, portare tranquillamente il proprio cane, andare
Marc Bijl scardina le regole stabilite ed imposte da una società globale, che tiene in pugno le persone avvalendosi di mezzi mediatici e loghi intorno ai quali si costruiscono mondi perfetti. Forse è anche per questo che si autoproduce un fac-simile di Flash Art per parlare liberamente del suo lavoro…
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