Categorie: milano bis

fino al 18.VII.2003 | Herbert Hamak | Milano, Studio Visconti

di - 2 Maggio 2003

Forma e colore. In ogni epoca la storia dell’arte, della pittura in particolare, è la storia di un continuo e sempre diverso dialogo tra forma e colore. Ci sono stati periodi in cui il colore riempiva una forma sapientemente disegnata, artisti che con il colore hanno dato struttura e solidità alle forme e momenti in cui colore e forma si sono completamente fusi, diventando indistinguibili.
Herbert Hamak (Unterfranken, 1952) risolve in modo semplicissimo il dialogo, con un rapporto uno ad uno. Un’opera si compone di una forma e di un colore. Le forme sono elementari, cubi o parallelepipedi di grandi dimensioni, monoliti verticali; i colori sono ottenuti con miscugli di resine liquide e pigmenti, che solidificandosi acquistano un aspetto a volte lattiginoso, opaco, danno vita a superfici lisce, dai colori profondi, con tonalità inusuali: verde acqua, grigio cupo, azzurro optical, un rosso che ha l’intensità del rubino. Colori che incorporano la luce e la rilasciano in modo imprevisto e sempre diverso.
Tra le opere in mostra allo Studio Visconti due colonne-parallelepipedo una delle quali, rosso brillante, collocata nel bel parco su cui si affaccia lo spazio, ha all’interno un impianto idraulico; una coppia di pannelli rettangolari l’uno viola l’altro verde, affiancati; una composizione di sedici pannelli quadrati disposti in quattro file di quattro, che attraggono per il gioco dei colori.
Creazioni attraenti, le cui grandi dimensioni contribuiscono a dare loro forza e a ridefinire lo spazio nel quale sono inserite.
Tutte “Senza Titolo”, minimali e rigorose che “entrano in sintonia con i luoghi che le circondano, prima catturando la luce che le avvolge per poi irradiare e invadere nuovamente l’ambiente in un gioco di scambi e influenze reciproche” . L’interazione con lo spazio circostante è una componente fondamentale della minimal art “…. elementari moduli geometrici… destinati a creare una scansione spaziale attraverso il loro contrappuntarsi con l’ambiente interno o esterno che li ospita” (Gillo Dorfles); le creazioni di Hamak sembrano acquistare la loro forma definitiva solo in relazione allo spazio che le accoglie.
Indubbiamente una grande abilità tecnica quella di Hamak, capace di realizzare “alchemici miscugli di resine industriali” (Alfredo Sigolo). Ma quando la tecnica ha il sopravvento e diventa sperimentazione pura, non più mezzo per esprimere un’idea (qualunque essa sia), ma fine essa stessa, è difficile parlare di arte. Hamak sembra più un ‘tecnico’ con la passione per l’invenzione di nuovi materiali e di colori mai visti prima, che un artista con la necessità di esprimere un pensiero, un’emozione, una parte di sé. Le sue creazioni non hanno –a nostro avviso- nessun significato. Sono belle e basta.

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Herbert Hamak
Dal 27/03/2003 al 18/07/2003
Studio Visconti, Corso Monforte 23, Milano –
Tel./fax 02/76023238 studiovisconti@planet.it
Ingresso libero
Orari: dal lunedì al venerdì 11.30-19.30


[exibart]

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  • Credo che sperimentare nuovi ritrovati tecnici possa far parte dell'operare artistico e che possa assumere anche una grande importanza sia per l'artista che effettua tale sperimentazione sia per il fruitore dell'opera. Quindi penso che se un'artista decide di farne il proprio esclusivo campo di lavoro debba essere considerato liberissimo di farlo.
    Personalmente quando lavoro presto moltissima attenzione al messaggio, ma non mi sento di affermare che la direzione seguita da Hamak non può o non deve essere considerata arte.

  • quando si parla d'arte non si può non parlare di una qualsiasi forma di espressione di sentimenti emozioni ecc. l'aspetto umano è fondamentale, e se cerchiamo di immaginarci quali siano state le emozioni che abbbiano portato l'autore a queste soluzioni possimo solamente renderci conto che questa è arte.

  • I parallelepipedi di Hamak funzionano solo per quel che sono: forme e colori, ricavati da miscugli opalescenti di resine e pigmenti.
    Se da un lato richimano discorsi già ben digeriti dalla storia dell'arte,come la minimal art, dall'altro la mancanza di significato ne garantisce la sua pienezza.
    In un presente così intasato di significati e giusto continuare a riproporne di nuovi?
    Si!
    Caro Vincenzo di Palagiano sei proprio sicuro che i messaggi che esprimi corrispondono alle tue immagini?

  • L'articolista si sbaglia, e di grosso. Un bell'oggetto e' sempre un'opera d'arte. Bastano le modificazioni della luce nella materia colorata a fare un'opera d'arte.
    E' strano che una rivista di giovani come questa esprima idee cosi' vecchie.

    Red

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