e cioè la possibilità di relazionarsi col mondo infrangendo il velo di Maja (Schopenhauer) e superando, con un atto volontario, la conoscenza superficiale della rappresentazione per cogliere l’essenza più profonda delle cose. E d’altro canto il blu di Yves Klein non puntava ad isolare l’energia cosmica in uno spazio? Ma nell’età attuale, bandita ogni verità ed assolutezza a vantaggio della deriva e della marginalità, ciò risulterebbe
Marco Neri (n. Forlì 1968), con un atto di sottomissione all’arte, si misura con la monocromia e la tempera da muro sulla tela, operando in un contesto riduttivo e minimale. In cambio fa affiorare un’aura che afferisce alla sfera intima, un’energia che non si emana dalla centralità di una prospettiva né da una prassi descrittiva e che invece proviene dal dettaglio insignificante, da un colloquio di sguardi, o da un semplice accostamento di simboli svuotati di individualità ai quali è concessa solo un’autoreferenzialità collettiva. L’immaginario di Neri procede secondo un ordine simbolico che “coincide con un suo ordine affettivo” (G. Romano su Juliet n° 93, 1999).
A Mantova sono in mostra una ventina di piccole opere: la serie a tempera nera su carta beige è del ’98, del ’99 quella a tempera blu su carta bianca. Il progetto è nelle parole di Neri: “In quegli anni lavoravo ai ritratti e alle finestre con un grande dispendio di energia che finiva per prosciugarmi le forze ed allora prendevo dei fogli e lasciavo libera la mano di tracciare pochi segni veloci senza pensare. Recentemente mi sono accorto che quei fogli misteriosamente componevano delle storie e contenevano l’idea originaria delle opere che stavo dipingendo: lo slancio naturalistico dei ritratti, le prospettive delle finestre, perfino le geometrie delle
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