Le prime installazioni con materiali da imballaggio nascono a Brescia tra il ’92 e il ’94 culminando, nel ’97, con la Torre informatica esposta nel ’97 al Palazzo delle Albere di Trento nella mostra Trash: quando i rifiuti diventano arte curata da Lea Vergine.
Una lunga consuetudine quindi con questo tema che invade sotterraneamente tutto il territorio urbano e che viene spesso portato “alla luce” in luoghi di “contagio culturale” come le librerie tematiche (la Ars di Bergamo, la Derbylius di Milano ecc.).
Lo scarto, nella galassia iconosferica in cui siamo immersi (anche se ci piace dire che ‘navighiamo’) è un sistema e una poetica: il suo motore è costituito dal pensiero forte del rifiuto e dell’inservibilità, che spinge verso l’esterno e ammassa le immagini, le informazioni, i materiali scaduti.
Da dove inizia questo lavoro? E’ lei stessa a ricordarlo: Ho iniziato quasi in modo meccanico ad archiviare foglio dopo foglio inutili pagine di una rivista qualsiasi, ripiegandone il contenuto su se stesso fino a ridurlo a un microfilm illeggibile di cui solo si intuisce lo scorrere (…). I gesti di una manualità primigenia cercano spessore nell’accumularsi della ripetizione in automatico.
Da questi primi gesti ripetuti in modo ossessivo, scaturisce però un senso vitale e costruttivo della materia che si traduce in colori a volte squillanti e costruzioni totemiche. E’ interessante la sfida al “monumento” che attua con alcune sue installazioni come nell’abbazia di san Zeno a Pisa dove le eterne colonne vengono ricoperte dai fragili scarti di oggi. Un confronto? Un monito? sicuramente si tratta di un accostamento non più mnenomico ma fisico, e quindi più consapevole, di sistemi di comunicazione radicalmente diversi ma, oggi, drammaticamente compresenti.
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Gabriella Anedi
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