In questi ultimi anni la scena dell’arte cinese contemporanea si trova in posizione di bilico. Ogni giovane artista assorbe il presente come una realtà forte, articolata e composita, e vive il passato come un serbatoio di tradizioni dal quale attingere e da estinguere allo stesso tempo. È come se la tendenza al superamento degli artisti cinesi fosse smorzata da un Oriente tanto ribelle e visionario quanto ordinatamente ed ostinatamente restio. Un Oriente che non può fare a meno di riferirsi all’Occidente. Inoltre le nuove generazioni di sperimentatori provengono da percorsi così differenti che è facile vanificare e abbandonare ogni tentativo di racchiuderli in un’unica definizione, una corrente artistica unica e comunque comprensiva di ogni minima sfaccettatura.
In Italia, più nello specifico a Milano, presso lo Spazio Oberdan, e a Torino, a Palazzo Bricherasio, sono già state esplorate e analizzate, in parte, le tendenze estetiche che investono differenti sistemi di creatività visuale. Nuovamente a Milano, una galleria privata mette in guardia dalle novità cinesi e inaugura con Occhio Alla Cina. La mostra collettiva presenta giovani artisti appartenenti ad una nuova generazione dell’avanguardia cinese. Una generazione che non si è distaccata completamente dal rigido realismo accademico, da quel forzato figurativismo guidato dal regime maoista, ma che reintrepreta in maniera velatamente melanconica un realismo individuale che solo in alcuni momenti si accosta alla vita quotidiana. La maggior parte dei lavori esposti sembrano posti alle pareti come a significare uno scherzo serio.
Di particolare impatto prospettico e di una compostezza cristallina sono le foto in bianco e nero di Lu Chunseng (Shanghai, 1968). L’obiettivo del fotografo è nitido, ben presente nei primi piani quanto dettagliato nella preparazione e nella ripresa dei paesaggi che ambientano i propri scatti. La strutturazione del lavoro è una presa di posizione giocosa nei confronti dei grandi ideali. Di quei principi elevati che hanno sempre funto da linea guida per un’intera nazione, e che adesso, vengono ripresi come dei momenti di ricordo e aggregazione. Anche nelle zone più povere e anonime della Cina (I want to be a gentleman).
In questa collettiva sono stati radunati anche tre pittori. Il più significativo, tanto per composizione che per naturale affermazione di un segno stilistico, è Sheng Qi (Hefei, 1965). I suoi ritratti sono volti passibili. Passibili di espressività e interpretazioni. In esposizione si trovano due dipinti, uno di uomo e uno di donna. Oltre la misurata distribuzione della pennellata sulla tela, mettono curiosità le tracce sottili disseminate lungo la narrazione compositiva dei due lavori. File di ideogrammi, infatti, attraversano la pelle dei visi, in ombra e in risalto a seconda di misteriose linee guida.
Da notare ancora, un altro fotografo. Jin Shan (Jangsu, 1977). Le sue immagini sono le più numerose in mostra. Si tratta, in questo caso, dell’artista meglio rappresentato. Collage che sovrappongono scene di eventi storici ad atti goliardici (2002, We Win!). I due piani storici si mischiano e si fronteggiano, rimanendo su due piani cromatici diversi, l’uno in bianco e nero e il secondo a colori. Un’ennesima riprova dell’ironia a-storica che sta colpendo un Paese che cerca di dimenticare se stesso con l’alterazione del proprio passato.
ginevra bria
mostra visitata il 24 maggio 2007
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