Qualcuno sostiene che il passato resista, nella mente umana, solo perché il presente provi il sentimento della nostalgia. Qualcun altro ritiene che il passato appartenga al tempo, e non all’uomo, un tempo parallelo, un nugolo di linguaggi che fa tornare tutto a come non è mai stato, a come sarebbe-potuto-essere-se, un nido allucinatorio, ma riparatore. Su un solo elemento la letteratura occidentale è concorde. Il soggetto che ricorda si oggettivizza, parte alla deriva e si stacca, fuori dal reale schiacciante dell’identità, scegliendo, inconsapevole, un altro corpo, un volo instabile, al di là del sé. Sotto questo segno, il periodo che l’arte sta vivendo è un nostalgico girotondo d’ombre. L’arte immersa in filamenti di post-postmodernismo, utilizza come terreno di presa e di scambio il Bilico, la visione funambolica dell’inventiva che vede e torna ad una dimensione senza la certezza del passato, perché ancora tutta da passare.
L’incalzare stretto di un presente, che non fa in tempo a completarsi e diventa immediatamente storia, crea, soprattutto nelle giovani generazioni di artisti, nuovi segnali, lucidi emblemi delle difficoltà di presa del manufatto sul reale.
Michael Ajerman (New York, 1977; vive a Londra) fa parte di questo gruppo di talenti insoliti. Anche lui è da includere fra quei giovani pittori che prima sensibilizzano e poi sviano dal reale, usando tavolozze, soggetti e pennelli come cartine tornasole. Dopo aver portato avanti il proprio iter studiorum negli States, Ajerman consegue un master a Londra. Partecipa ad alcune collettive e poi ottiene il privilegio di una prima personale proprio a Londra, alla Bischoff / Weiss Gallery.
In galleria, a Milano, per la sua prima personale in Italia, presenta dieci tele dipinte ad olio e quattro acquerelli. Il gruppo dei secondi è quasi apolide, staccato, rispetto ai suoi primi olii. Come tecnica richiede, i colori acquerellati sono più trasparenti, vivi e godono di una spiccata distensione cromatica. In mezzo a questi paesaggi mentali, quasi tutti ritratti e primi piani, la mano di Ajerman sembra prima
Fra i dipinti ad olio, invece, la capacità sensitiva di dipingere arresta il pennello e fa spessore. Chi osserva si trova davanti, come nel caso dell’umbratile Pocahontas, ad un impasto pittorico carico, ma senza sprechi, un sofferto paesaggio indistinguibile e senza presagi. Una notte di plenilunio che contiene e copre, imbevendo senza riguardi, persino la più tenera delle coppie di amanti. Più misterioso e raffinato, invece, si presenta Greenwich interior. Fra i giochi freschi dell’acqua e di una tenda da doccia, luccicano i colori violacei di un sinuoso corpo nudo. Una messa a fuoco, quest’ultima, che demonizza e altera la lente caleidoscopica della visione, regalando sorprese cromatiche anche se smorzate.
Di particolare volume erotico e visionario, invece, sono i dipinti come Dehydrate e The portrait of Ivan Rubenstein Gillis. La sottigliezza satanica e all’ombreggiatura sanguigna dei volti, appartenenti a due supporti diversi, creano un dialogo a distanza. Un linguaggio, a tratti espressionista, che condensa e accartoccia i liquidi oleosi nei quali le due figure sembrano immerse, come in un continuo bagno di formalina. Vivi che stentano a trovare un passato, un tempo che li porti a morire.
ginevra bria
mostra visitata il 22 novembre 2006
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