Grazie a Dio, non mi sento europeo. Questo è l’asse attorno al quale ruota l’intero apparato costruito da Luca Francesconi (Mantova, 1979; vive a Parigi) alla galleria Marella di Milano, una mostra che sembra voler essere una summa di tutte le tematiche trattate dal giovane artista durante gli anni di rodaggio. Ma anche una sorta di diario, in cui ha annotato riflessioni e pensieri.
Emerge prima di tutto un innegabile rigore conservatore, il punto di partenza per un discorso non tanto anticomunitario, ma scettico di fronte alla pretesa di creare uno spirito trasnazionale che cementifichi nei 27 paesi dell’Unione un sostrato multiculturale comune, così come succede da secoli per gli Stati Uniti d’America. Argomento riassunto e sviscerato attraverso l’utilizzo delle forme d’arte e artigianato popolari più disparate, che tenderebbero appunto a dimostrare l’eterogeneità delle tradizioni che animano il continente. A questo proposito Francesconi inscena un quintetto di Tauromachie, cinque scheletri neri di discrete dimensioni, che raccontano lo spirito turbolento delle Corride ispaniche, delle corse di tori provenzali, ma anche i miti dell’antica Grecia. A questi contrappone il naso aquilino e sproporzionato di Pulcinella, ma in generale di tutta la produzione di maschere italiche.
O, ancora, il Muro, delimitazione della proprietà, delle idee e dei confini, che rappresenta proprio questo labirinto di diversità soffocanti che allontano dall’artista il sentimento di comunione. Tuttavia esiste un luogo di redenzione. La frammentazione non è una vocazione e può essere ovviata. Ma solo se la storia, portandosi a spasso col carroccio arte, cultura e società, cerca le proprie radici all’interno della religione. La tradizione cristiana (non cattolica, n.d.a.) diventa nella visione di Francesconi l’unico collante possibile nell’orgia di simboli, costumi, usanze e difformità europee.
L’ingranaggio centrale dell’intero alambicco espositivo è quindi la parete di fondo, su cui aggettano quattro croci, anch’esse nere, che diventano il tramite, il punto di raccordo capace di far dialogare la serie, apparentemente disomogenea, delle installazioni. Nell’insieme complesso degli argomenti esaminati in mostra, cui si aggiungono, a strati, i riferimenti agli artisti dell’Arte Povera e a Giulio Paolini, il punto di rottura, la maglia difettosa, è rappresentata proprio dallo scollamento tra contenuto e sua rappresentazione. Ciò che esteriormente sembrerebbe intriso di un abbandono pessimista, di un’aurea mortifera, in realtà dovrebbe rappresentare un riscatto quasi cristologico. Ciò che dovrebbe riuscire a parlare di politica internazionale ragiona invece sugli stereotipi.
Tuttavia si riscontra nel nuovo Francesconi una certa maturazione nella trattazione e gestione dello spazio e una sorta di richiamo all’ordine, di rigore non solo tematico, ma anche compositivo, che lo differenzierebbe dai modi approssimativi che sempre più spesso caratterizzano la sua generazione. Quasi che il giovane artista voglia raccontare al suo pubblico una certa fretta di diventare adulto.
santa nastro
mostra visitata il 3 febbraio 2006
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anche francesconi è bravo
santa nastro è brava