Giacomo Cossio (Parma, 1974) è un artista bulimico, che ricerca
continuamente la variazione fra l’oggetto trovato e la sua destrutturazione in
opera d’arte unica, soverchiante, ingorda e straordinariamente sedimentata.
Il corridoio d’ingresso della Galleria
L’Affiche è una vetrina nella quale le opere di Cossio sono come addomesticate
in un’unica difforme installazione, che rende ogni singolo lavoro una parte di
un tutto, un racconto corale poetico ed energetico. Nella stanza principale le
installazioni a parete raccontano di un artista appassionato di Rauschenberg, che nella trasformazione del
residuo, nella fotografia ingrandita che nasconde la verità stessa che
fotografa, nell’impasto di stucco, smalto e poliuretano costruisce la sua
propria verità.
È, quella praticata da Cossio, una
pittura che esce dal quadro e si moltiplica nella tridimensionalità, per
spostare lo spettatore da un piano di lettura a un altro, come a
destabilizzarlo attraverso la delicatezza di una pratica necessaria e
personalissima. Cossio riporta le sue macchine a essere qualche cosa d’altro
imprimendole di colore, accendendole di forme che si dileguano per riapparire
come dal cilindro di un prestigiatore onnivoro.
Se la Grande Macchina di proporzioni giganti esposta al
Superstudio Più in occasione di (con)temporary art poteva impressionare per le sue
dimensioni, nelle installazioni esposte all’Affiche si comprende che di questo
artista colpisce e rimane la sua impostazione culturale, la sapienza nella
mescolanza dei generi, la forza di un linguaggio trasversale che gli appartiene
nella pancia, o nella cistifellea, come amerebbe dire Giorgio Gaber.
Quando poi si osserva il lirismo
delle piccole opere, che riportano alla memoria del New Dada attraverso piante
ricche di fogliame fittizio e imbrattato con carta strappata, dripping di
colore, frammenti di materia, ecco che il gioco contraddice le distanze tra
realtà e immaginazione, tra rimandi novecenteschi e un universo di rimbalzo tra
scultura e architettura, tra assemblaggio e pittura.
Se nell’arte sono le menzogne che
permettono di scegliere la verità, è altrettanto vero che questo vale anche per
i sintomi. E i sintomi di Cossio sono dare all’opera una forma che non è
casuale, ma che trasmette un bersaglio segnaletico, ossia l’atto volontario di
creare un oggetto determinato, che parte dalla memoria per farsi protagonista
di una storia nuova.
Il bazar di Cossio è
un’accozzaglia merceologica studiata e sapiente, un drugstore di una mente che
cerca i suoi simboli e la sua personale libertà artistica esente da mode,
tendenze e riconoscimenti, ma alla ricerca di una sua bellezza prepotente,
verosimilmente bugiarda, forse persino drammatica e ingorda. Un singhiozzo che
ricerca l’assonanza del ritmo nella privata archeologia dell’opera.
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dal 22 aprile al 13
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Giacomo
Cossio – Pandora. Macchine+Piante=Ricostruire il mondo nuovo
a cura di Chiara
Canali
Galleria L’Affiche
Via dell’Unione, 6
(zona Brera) – 20122 Milano
Orario: da martedì a sabato ore 16-19
Ingresso libero
Info: tel. +39
02804978; fax +39 02862866; affiche.galleria@libero.it
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