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Fino al 14.XI.2015 | Antoine Donzeaud con Micah Hesse, | Needless to say I have some unusual habits | Fondazione Rivoli 2, Milano

di - 27 Ottobre 2015
Il lavoro di Antoine Donzeaud, francese classe 1985, ad uno sguardo poco attento potrebbe tranquillamente apparire come l’emblema dell’astrusità dell’arte contemporanea, quella pratica che “non si capisce”, perché sembra aver dimenticato il bello, le proporzioni, la poesia, la natura dell’uomo. Il classico.
Donzeaud, infatti, trascina lo spettatore in un vortice non attraente, ma in grado di raccontare perfettamente non solo una ricerca artistica “borderline”, sospesa tra pittura, scultura, installazione, ma anche la relazione – volontariamente distonica – che i suoi oggetti intrattengono con lo spazio.
È il caso della mostra che l’artista porta a Milano, fino alla prossima metà di novembre, alla Fondazione Rivoli 2, intitolata non a caso “Needless to say I have some unusual habits” (Inutile dire che ho strane abitudini), curata da Domenico De Chirico.
Un’affermazione licenziosamente presa in uso da un personaggio di una fiction: Dexter Morgan, il serial killer dell’omonima serie Dexter. Il perché è presto detto; il supporto privilegiato di Donzeaud è il telo trasparente di plastica, quel supporto che alternativamente si può mettere all’esterno di cantieri, che contiene sale, che serve come tappeto protettivo durante l’imbiancatura delle pareti, o per avvolgervi cadaveri di morti ammazzati, come ci aveva insegnato, ai tempi che furono, il signor Norman Bates di Psycho.
Non ce ne voglia Donzeaud ma le strane abitudini, in una galleria d’arte, si riconducono ad una pratica che stavolta – anche se non è compiacente al gusto – rivela una sorta di maniacalità radicata. Lo si vede dall’allineamento delle sottilissime linee di colore che solcano questi supporti quasi liquidi, dagli oggetti lasciati nella composizione che assumono un tono perfettamente armonico con telai che rimandano a forme alchemiche (due triangoli isosceli ribaltati che formano, appunto, un perfetto rettangolo) e che contengono nastro adesivo, guanti di lattice dalle dita incollate di colore, strappi la cui casualità ha un che di ordinato, chirurgico, nonostante l’apparente disgiunzione.

In fin dei conti l’esposizione si sviluppa sui tre piani della galleria proprio come materializzazione del processo creativo, partendo dalla genesi (nel seminterrato, dove l’opera si sviluppa e dialoga insieme al video dell’ispiratore Micah Hesse), fino al secondo piano, quello dell’esposizione, della verifica.
Al centro, invece, l’opera viva: Untitled PE è presentata orizzontalmente, distesa su un tavolo sopra dei radiatori che, al momento dell’ingresso dei visitatori, iniziano a soffiare sulla tela plastica, dal basso, un getto d’aria calda. L’effetto è impercettibilmente deformante, come quello di un respiro. La metafora nera è che l’artista abbia ingabbiato quello che credeva fosse il cadavere dell’arte, senza aver fatto i conti con la realtà dei fatti: il processo di creazione non si può soffocare, e anche nelle forme più complesse resta vivo, quasi a spiarci, a mutare sotto i nostri occhi senza che i poveri spettatori possano accorgersene in tempo reale. “Quando i radiatori si fermano la tela si raffredda restringendosi nuovamente. L’interazione con gli spettatori evoca le sculture sonore descritte in The Singing Statues di J.G.Ballard, in cui il lavoro sembra respirare come una creatura in terapia intensiva su un tavolo operatorio. Un modo per dire che la storia della pittura è lontana dal volgere al termine”, scrive Marine Brutti nel testo che accompagna l’esposizione.
Ma più che Action Painting scomposta (Possibile che del gesto più radicale della pittura qui siano restate così poche tracce su supporti che invece dovrebbero grondare materia sporca e ripensamenti?) c’è invece un forte pensiero, non del tutto iconoclasta anzi, a fare una sorta di piazza pulita della pittura, quasi ad azzerarne i valori con la volontà di aprire una porta su un altro possibile paesaggio, su un’altra strada percorribile, anche se poco “panoramica”. Protagonista, ancora una volta, la pratica originaria dell’arte. Dirompente, anche nella sua negazione.
Matteo Bergamini
mostra visitata il 2 ottobre
Dal 2 ottobre al 14 novembre 2015
Antoine Donzeaud con Micah Hesse,
Needless to say I have some unusual habits
Fondazione RIVOLIDUE
via Rivoli, 2 – 20121 Milano
Orari: dal martedì al venerdì 16.00 – 19.00, sabato 15.30 -19.30

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