Passando di fronte alle vetrate della Prometeogallery capita di notare con sorpresa un gioco di stacchi particolarmente vivo. Il contrasto che colpisce, interessando l’intonaco ombreggiato e i colori dei dipinti in esposizione, non è soltanto uno specchietto per allodole, anzi. Carolina Raquel Antich (Argentina, 1970) ha un’innegabile mano da puntigliosa certosina. La sua tavolozza, di per sé lontana dalle assimilazioni, a primo impatto risulta quasi insipida, tendenzialmente monotimbrica. In verità, e questo si scopre lentamente, si tratta di una sorta di elemento materico di inclusione.
In questa prima personale milanese, l’artista argentina espone una decina di dipinti e un video, muovendosi in equilibrio sul filo di un percorso che forma e allo stesso tempo polverizza ciò che incontra.
I soggetti che la pittrice include nei propri sfondi aperti, nuvolosi come cieli, sono esilissime figurine che permangono sospese, quasi in filigrana, sempre fisse, al centro della composizione. Le aree pittorico-semantiche che la Antich predilige sono distribuite secondo due differenti raggruppamenti. La prima. Una mini-serie di tele, ripropone i tratti tondi, decorativi e infinitamente statici, descrivendo, separatamente, personaggi di una tristezza e di una perfezione che, senza volontà alcuna, si accompagnano e creano scambi. La seconda. Quando i dipinti cominciano a crescere di dimensioni, allora le figure al centro del quadro si spostano, si muovono, si moltiplicano e cominciano a raccontare una storia, che anche se breve, ha avuto inizio e, in un futuro anteriore, avrà la propria fine. I bambini descritti, delicati, iper-curati, stilizzati come quelli dei vecchi libri per ragazzi, regalano un’armonia sospetta.
In Si salvi chi può, il dipinto che dà il titolo a questa personale, gli occhi di chi guarda non possono non rimanere attaccati, sovrapposti, a quelli spalancati, pensanti e adulti dei ragazzi, intenti a vitrei giochi di guerra. Superato questo ostacolo della completezza placida che si tasta di primo acchito, fra questi ritratti-di-una-volta, si respira sospetto sottile. Come in Complotto. Dove con rapidità sinapsica, un momento di gioco, un capannello di ragazzi che fa alla conta, si trasforma in una morbosa, torbida forma di premeditazione collettiva, un dubbio di gruppo. Dove tutto è fermo appena prima che possa succedere. Come nell’età infantile, ripercorsa dal ricordo.
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