Ritornando per un momento all’immagine-logo utilizzata per la collettiva Tube, svoltasi presso l’archivio Cavellini di Brescia, si nota l’incrocio, la sovrapposizione, di sette linee colorate; ogni artista un colore, ogni tinta una direzione diversa; un grafico metropolitano, percorsi underground, riletture e reinvenzioni di una città. Sperimentando si era cercato di mettere a fuoco un’art-energia-creativa unicamente rispettosa di quelle norme e di quei codici direttamente riferibili alle relazioni interpersonali.
Monica Carrera, in quell’occasione, presentava il ritratto politico Monicrazia (2001): il desiderio di realizzare uno stato autonomo, composto dalle persone a lei più vicine, a partire però da un’attribuzione arbitraria dei ruoli.
La giovanissima artista (Brescia, 1979) lavora con linguaggi, modalità, interventi, semplici, provocatori e metaforici.
Da auguri Monica (2000) a M79 (2001), esibizione in cui si ritrae come elettrodomestico, Dormendo (2001), dove imita se stessa attraverso l’ombra di un albero, a TIVOIOBENE (2002), ”una performance che racconta di due sorelle che hanno diviso la camera da letto per diciotto anni e solo ultimamente hanno optato per camere divise. La mancanza, il sentirsi metà senza l’altra viene esorcizzata dalla presenza di una bambola di pezza con le sembianze della mancante. L’intensità di un sentimento espresso da un gesto infantile”.
In ogni caso, il gioco-limite, soglia-confine, quasi sempre sottili, effimeri, precari, problematici, che in qualche modo diversificano gli intimi rapporti tra artista e opera, sono resi con sobrietà e delicatezza; tratti questi che non sempre, necessariamente, accentuano gli elementi estetici, piuttosto risaltano le configurazioni concettuali.
Interviene su uno spazio vuoto, smoll and white, chiamandosi dentro sdoppiata, replicata, scomposta in relazioni. Quindi non se stessa allo specchio, meglio, il proprio corpo in connessione con altri. Elementi connettivi tra lei e le amiche, gli zaini intesi come simboli del portare/sopportare i pesi, tradotti attraverso due scene diverse, ma efficaci: a terra la realtà performativa vede due persone con delle sacche sulle spalle; oggetti di plastica, vuoti o pieni, di cui però è sempre possibile liberarsi.
Sulle pareti delle fotografie, con impronte in scala reale, sostituiscono gli oggetti; l’artista e alcune giovani si autoscattano, reciprocamente e scambievolmente caricandosi ciascuna il corpo dell’altra; le immagini, laterali e frontali, nascondono, a volte, il viso e la figura portata, ripiegata. 43 kg circa è allora, forse, la personificazione di un istante immobile, una foto, e dei movimenti di un video; loro possono reggere il peso; il resto, il fuori fiction, sono solo carichi esistenziali e sociali.
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