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fino al 15.XI.2008 | Andrei Molodkin | Milano, Galleria Pack

di - 24 Ottobre 2008
Per Andrei Molodkin (Boui, 1966; vive a Parigi e Mosca), come per molti artisti russi, la guerra fredda non è forse mai finita. Decanta piuttosto – ragionevolmente o meno, non ci è dato di saperlo – tra le spire dei contenuti e degli apparati formali. Spesso crudeli, dalle membra possenti, le tinte al tempo stesso fredde e accecanti, quasi acide, queste opere rivelano la violenza di una rivendicazione, la durezza di chi guarda da lontano, ma senza perdono.
È il caso anche di Molodkin, in mostra alla galleria Pack di Milano. Un immaginario fatto di icone del capitalismo più puro, messe alla berlina e riattualizzate nello scenario politico coevo. Così, se la pietra dello scandalo è il petrolio, fluido vitale di tutte le rivalse e delle opere del russo, l’intero congegno espositivo è un carosello di topoi della nostra cultura: il simbolo dei dollari emerge prepotente come nel deposito di Zio Paperone, ribadito dalla scritta In God we trust. Il nemico, com’è chiaro, è il blocco occidentale, con un occhio di riguardo per gli Stati Uniti; la battaglia, però, in questo caso si gioca a tutto campo.
È così che il ripescaggio di vecchie, ma sempre contemporanee, storie trasforma la resistenza irachena nei buoni. Con una certa ironia, forse, dal momento che il confronto tra i profeti della religione cristiana e musulmana, Cristo e Maometto, risolto nello scambio di liquido nero tra i due corpi, trasparenti e seminudi, grazie al classico meccanismo idraulico, non fa vinti né vincitori. Perché la visione di Molodkin non è così stereotipata e manichea. Ogni oggetto sotto accusa si specchia nel suo doppio, uguale e contrario, che gli fa da coscienza, come da contraltare.

Sono i tubi, disseminati un po’ dappertutto, apparato circolatorio di un inscindibile sistema corporeo, il trait d’union e i giudici dell’intera questione. Il meccanismo dell’arte entra in funzione attraverso il fluire dell’oro nero. Azione e pressione, i principi che governano la grande protagonista della poetica di Molodkin, la politica tout court, sono le molle da cui stantuffa l’elemento colpevole della veemenza umana. La visione complessiva delle installazioni rappresenta un’apocalisse da set. Il disordine che regna un po’ dappertutto, i fili su cui non inciampare, la sostanziale bicromia black and white delle opere, i chiaroscuri, il rapporto estremo tra riverberi e ombre che giocano sulle trasparenze di liquidi e vasi comunicanti, dà senz’altro un senso di angoscia, seppur da fiction.

L’ansia, tradotta in effetti di luce dall’artista, è veicolata tra le pieghe confortanti di un dramma tutto cinematografico. È la poetica del sublime di Edmund Burke, per intenderci. Eppure, in giorni così incandescenti, in cui crollano le borse, tremano le banche, e con esse le nostre certezze, gli affari pubblici e le contese per la democrazia assumono un volto ancor più nuovo, il confine tra realtà e finzione si assottiglia notevolmente. L’artista, dal canto suo, non ci offre una scialuppa, bensì uno sguardo altro. Dobbiamo farcelo bastare e rimandare al domani ogni possibile interpretazione.

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mostra visitata il 10 ottobre 2008


dal 19 settembre al 15 novembre 2008
Andrei Molodkin – Liquid black after liquid sky
Galleria Pack
Foro Buonaparte, 60 (zona Castello Sforzesco) – 20121 Milano
Orario: da martedì a sabato ore 13-19.30
Ingresso libero
Info: tel. +39 0286996395; fax +39 0287390433; galleriapack@libero.it; www.galleriapack.com

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