La sua arte è quella di tessere trame, fitte maglie di risonanze e contaminazioni. Francesco Vezzoli (Brescia, 1971) costruisce qui un intreccio simbolico e visivo, che si snoda attraverso lo spazio e il tempo. Aperto a una prospettiva di natura più marcatamente sociale, questo lavoro indaga le dinamiche e i linguaggi contemporanei che regolano la comunicazione, il potere e la morale comune.
Due film di Pasolini sono lo spunto per la nuova, imponente visione: Comizi d’Amore , un’inchiesta incentrata su temi scottanti riguardanti la sessualità; e lo scandaloso Salò o le 120 giornate di Sodoma, unico film realizzato per l’incompiuta Trilogia della Morte, ispirato al romanzo del Marchese de Sade.
Il grande spazio della Fondazione Prada si spacca in due. Una tenda di velluto rosso crea due ambienti distinti: una zona è interdetta all’altra, visivamente. Il drappo che separa è però segno di una continuità evidente.
A destra della tenda, una sala cinematografica immersa nel buio. Titolo dello spettacolo: Comizi di Non Amore. Conduce la teutonica Ela Weber. Un vero e proprio reality show televisivo, 60 minuti costruiti secondo formule e meccanismi identici a quelli della televisione. Il format corrisponde a una sorta di gioco delle coppie, la tipica dinamica di seduzione tra cacciatore e preda. Le donne sono icone dello spettacolo accuratamente scelte da Vezzoli: Catherine Deneuve, Antonella Lualdi, Marianne Faithfull, Terry Schiavo, Jeanne Moreau. Le celebri signore diventano l’oggetto del desiderio di baldanzosi pretendenti, sfacciati e nerboruti, impegnati a esibire la propria prestanza fisica per conquistare la preda. La coppia più votata vince la celebrazione di un matrimonio mediatico, e la consumazione dello stesso dietro le cortine trasparenti di un talamo nuziale. Ovviamente a telecamere accese.
Il pubblico, invitato sul palco, dà vita ad accalorati dibattiti intorno ai temi emersi durante il gioco: omosessualità, triangoli erotici, travestitismo, tecniche di corteggiamento, e via così ad azzuffarsi senza pietà. Questi i nuovi comizi mediatici, tra falsi moralismi, voyerismo passivo e spregiudicatezza estrema.
Dall’altra parte della tenda, l’atmosfera è opposta: l’esatta controparte, funerea e austera, dello show di fianco. 120 sedute, repliche esatte della famosa Argyle di Mackintosh , formano un schieramento compatto, piazzato di fronte a uno schermo. Il silenzio qui è assoluto, l’atmosfera sospesa e statica. Le sedie eburnee sono una esplicita citazione dell’ultima scena di Salò: gli interpreti del film assistevano dal cinico trono a crudeli ed eccitanti torture. Le sedute, ricamate da Vezzoli, sono rivestite di ritratti di attori pasoliniani, i volti solcati da lacrime luccicanti. Sullo schermo bianco campeggia la parola FINE; in basso a destra è ricamata la firma di Pier Paolo Pasolini. E’ la copia fedele dell’immagine che chiudeva i film del regista.
Sarà forse apparsa irritante, a molti, questa retorica overdose di volgarità televisiva. Ma l’intento era probabilmente questo: infastidire, inscenando la nuda realtà. La tragica immagine di Salò, e la fine tessitura di citazioni e rimandi, costituiscono lo scarto che dall’osservazione conduce all’analisi e alla riflessione.
helga marsala
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vezzoli è finito, diciamolo
Povero Pasolini...
vezzoli non è finito, è solo inutile...non dice niente che abbia un minimo legame alla vita vera, un mero intellettualismo sterile...Pasolini gli ha indicato la strada elui si è limitato a guardare il dito.